Cocktail pre elettorale...
Posted by Francesco Saverio Simone Cocktail, elezioni, Parole, pietrovanessi, PV, Retorica, Satira, Vanessi 09:53LA FORZA DELLA MATERIA - LEONCILLO A BOLOGNA
Posted by Francesco Saverio Simone 00:23
SAURO SASSI GIOCA IN CASA CON UNA AFFASCINANTE MOSTRA : LA FORZA DELLA MATERIA
LEONCILLO ALLA GALLERIA D’ARTE MAGGIORE DI BOLOGNA: LA FORZA DELLA MATERIA
La Galleria d’arte Maggiore di Bologna continua a proporre mostre di grande livello di maestri dell’arte del Novecento. Dopo Zoran Music, che ci ha permesso di trascorrere dai sognanti paesaggi dalmati alla terribile raffigurazione delle vittime del campo di concentramento di Dachau, tocca a Leoncillo Leonardi, personaggio centrale dell’arte italiana del secondo dopoguerra. Leoncillo nacque a Spoleto nel 1915 (nello stesso anno, a Città di Castello, sempre nella provincia perugina, nacque un altro grande artista, Alberto Burri). A metà anni ’30 si recò a Roma per studiare all’Accademia di Belle Arti ed entrò in contatto con gli artisti della cosiddetta “Scuola romana”, che conducevano una ricerca artistica piuttosto autonoma nei confronti del clima dominante di “ritorno all’ordine” dell’arte più allineata al fascismo. Tra questi Mario Mafai e la moglie Antonietta Raphael(di origine lituana), Corrado Caglima soprattutto Scipione (Gino Bonichi), artista e poeta marchigiano morto nel 1933, a soli 29 anni, che gli lasciò un segno profondo con la sua pittura espressionista, fortemente drammatica, influenzata da El Greco, Goya ma anche da Soutine, il pittore russo amico di Modigliani, di cui pure Leoncillo si ricordò fortemente nella sua produzione del dopoguerra. In questo periodo conobbe anche Guttuso e cominciò a maturare un forte antifascismo. La svolta fondamentale avvenne nel 1939, quando tornò in Umbria, a Umbertide, ad approfondire la pratica della lavorazione di quella che sarà la materia prima della sua arte: la ceramica. Iniziò le mostre, anche in luoghi di prestigio come la Triennale di Milano, ma sentì il dovere morale di partecipare alla lotta di liberazione partigiana, entrando nella Brigata Garibaldi di Foligno e nel Partito Comunista Italiano. Nel 1944 realizzò un’opera che ebbe molta fama e rispecchiava il suo impegno: “Madre romana uccisa dai tedeschi” (penso che Rossellini possa averla avuta presente nel pensare “Roma città aperta”). Col dopoguerra gli artisti cercarono di scrollarsi di dosso il conformismo, l’autocensura che li avevano condizionati nel periodo fascista (anche se il fascismo italiano fu meno opprimente verso l’arte del nazismo) e cercarono di riagganciarsi alle più importanti tendenze internazionali, coniugando impegno politico e civile (erano quasi tutti di sinistra) a nuove ricerche di linguaggio. Il movimento che li riunì si chiamò “Fronte nuovo delle arti” e il modello a cui tutti si riferirono fu uno: Pablo Picasso. Picasso divenne il modello e il cubismo il linguaggio attraverso cui rigenerare l’arte nazionale. Anche Leoncillo ebbe la sua fase cubista. Gli artisti iniziarono però presto a litigare perché il PCI e Togliatti volevano un’arte realista, che rappresentasse il conflitto sociale, la condizione del popolo in modo chiaro e riconoscibile. La maggior parte degli artisti, pur essendo comunisti, pensava invece che l’arte dovesse essere autonoma, sviluppare nuovi linguaggi e che proprio con la ricerca si potessero porre le basi per una nuova società. Si riproponeva, ovviamente in modo meno drammatico, la vicenda degli artisti russi che avevano sostenuto con entusiasmo la rivoluzione e che poi erano stati annientati, uccisi, costretti alla fuga o al suicidio perché considerati lontani dal popolo, in nome della riproposizione di uno sterile accademismo e di un realismo adulatorio del capo. Leoncilloera ancora iscritto al PCI e cercava di realizzare lavori in cui coniugare impegno civile e modi compositivi post cubisti. Accanto alle mostre e alle partecipazioni alla Biennale di Veneziafece anche opere pubbliche, tra cui, nel1955, il “Monumento alla partigiana veneta”, che fu messo nei giardini di Castello, vicino alla sede della Biennale, e fu fatto saltare dai fascisti nel 1961 (e mai più sostituito, anche se la Galleria d’arte moderna di Ca’ Pesaro ne conserva una copia, la prima, che non era stata accettata perché la partigiana indossava una sciarpa rossa). Poi nel 1956, coi fatti d’Ungheria, Leoncillo entrò in una crisi umana e politica profonda, che lo portò a uscire dal PCI e a cambiare anche il suo stile, avvicinandosi all’Informale. Informale è un termine generico, derivato dal francese “Informel”, con cui si indicava un’arte che superava i limiti della pura rappresentazione per consentire un confronto immediato con la materia e il segno. Questo tipo di arte richiama a un momento di grande crisi del dopoguerra, col subentrare della guerra fredda, la consapevolezza dell’arma nucleare, la conoscenza dei campi di sterminio. Ciò portava gli artisti a una crisi esistenziale, che si rifletteva anche in campo filosofico. Si metteva in discussione la capacità dell’arte di comunicare o si pensava che la comunicazione non potesse andare oltre al grido del singolo. L’artista era portato ad esprimere la propria lacerazione interiore e non si poneva il problema della comprensione dello spettatore. Naturalmente esistevano anche idee diverse, come chi si richiamava alla natura, elaborando magari, come teorizzato da Francesco Arcangeli, un percorso che da Caravaggio, attraverso Turner, Monet, Cezanne, giungesse ad un “Ultimonaturalismo”. Oppure che si potesse, come Capogrossi e Carla Accardi, elaborare un alfabeto di segni che, eliminando la figurazione, cercasse però di definire nuovi linguaggi visivi. Leoncillo portò nelle terrecotte il suo disagio esistenziale. Era diventato un mago nella lavorazione, le opere crescevano nelle sue mani, il colore brillante contribuiva ad accrescerne la drammaticità (e il colore, come diceva Argan, diventa fondamentale nella scultura). In mostra troviamo sculture, bozzetti, lavori su carta del periodo informale. Ritorna l’influenza di Soutine, con un taglio rosso che ricorda i suoi buoi squartati. C’è un dialogo con il corregionale Burri, fondato sulla materia (ricordiamo i cretti di Burri) e i colori drammatici, rosso e nero. C’è anche un dialogo con Lucio Fontana, che portava avanti, parallelamente, una ricerca innovativa con i tagli e gli ambienti spaziali, e un confronto con la materia, con la serie delle “nature”, sfere irregolari di terracotta nera bucate e tagliate; e una produzione in ceramica colorata ridondante e barocca, così come Roberto Longhi aveva definita barocca l’arte di Leoncillo. La dimensione dolorosa, tormentata della opere di Leoncillo in mostra si desume anche dai titoli: “Grande mutilazione”, “Mutilazione”, “San Sebastiano”. C’è poi un lavoro molto particolare, attorno a cui ruota l’intera mostra: “Amanti antichi”. Si tratta di un’opera che chi ha visto questa estate la splendida esposizione collettiva intitolata “Intuition” al palazzo Fortuny di Venezia ha già avuto occasione di ammirare. Si rifà esplicitamente al “Sarcofago degli sposi” di Cerveterima, dove nell’opera etrusca si rappresentano due coniugi che sembrano voler sfidare il tempo e la morte con un atteggiamento di quieta serenità, qui si offre la sensazione che il tempo tutto corrode, che gli esseri perdano la propria forma, che la materia di cui è fatto il mondo si sgretoli e di tutti non resteranno che frammenti e poi polvere. Questa mostra è da vedere perché rappresenta un pezzo della storia dell’arte moderna italiana e perché ci fa ricordare un grande artista del recente passato. Leoncillo morì per infarto nel 1968. Magari avrebbe riacceso i suoi ideali e cambiato ancora la sua arte.
SAURO SASSI
LEONCILLO
GALLERIA D’ARTE MAGGIORE VIA D’AZEGLIO 15 BOLOGNA
APERTO LUNEDI’ 16-19.30
DA MARTEDI’ A SABATO 10-12.30 E 16-19.30
SABATO 3 FEBBRAIO, ART NIGHT, FINO ALLE 24
Un libro "illuminato"
Posted by Francesco Saverio Simone 20:42Vignette in salsa zen. Quando l'aforima diventa poesia, satira, fotografia e disegno assieme...
Per la prima volta, il libro L'IdioTAO
con la raccolta delle migliori vignette dell’Idiota Zen, il personaggio di Pietro Vanessi che molti hanno imparato a conoscere sul web. Un libro di vignette e aforismi in salsa zen, per ridere, riflettere, sognare e proiettarsi in mondi lontanissimi di estasi e bellezza. Un libro illuminato per chi sa prendere la vita... col sorriso.
Titolo: L'idioTAO
Autore: Pietro Vanessi
Formato: 20 x 20 cm
Pagine: 170 a 4 colori
Copertina: extra lusso con stampa in oro e raggi UVA
Rilegatura: brossura filo refe
Edizione limitata e numerata per collezionisti
Edizione FUORI Commercio
Per avere una copia scrivete a:
pietrovanessi@gmail.com
pietrovanessi@gmail.com
Coraline di NPE
Posted by Francesco Saverio Simone libri a portata di mouse 13:47
Gordiano Lupi
Avevamo già visto il film Coraline e la porta magica (2009) di Henry Selick, candidato all’Oscar come miglior pellicola di animazione, basato sul romanzo di Neil Gaiman, quindi conoscevamo la storia che in parte si discostava dal testo narrativo, arricchendolo di personaggi e situazioni. La versione a fumetti non aggiunge novità sensibili, toglie il bambino amico e conserva il gatto nero, ma la vicenda è identica, con una ragazzina intraprendente e sognatrice come Coraline, costretta a vivere in una villa solitaria, soprattutto a fare i conti con i demoni della sua mente - reali o immaginari non è dato sapere - e con genitori alternativi che vivono in una dimensione parallela, oltre una porta magica. Una storia fantastica, a tinte horror, una fiaba nera dove la strega della situazione sfoggia bottoni al posto degli occhi e chi viene catturato si trova a subire identica terribile operazione oculistica. Un fumetto (un film, un romanzo) strano, bizzarro, spaventoso, ma forse il linguaggio del graphic novel stempera la parte horror che nel cartone animato in 3 D era più evidente. I disegni di Craig Russell sono molto classici, come sono classiche sceneggiatura e suddivisione in vignette; suggestivo il colore di Lovern Kindzierski, con un sottofondo rosso porpora dal taglio horror. Storia ben tradotta per NPE da Annunziata Ugas e Smoky Man. Edizione in carta lucida, formato libretto tascabile, molto curata, prezzo economico, considerato che il pocket è tutto a colori, inoltre va pagato un traduttore e i diritti di acquisizione non devono essere stati uno scherzo. NPE è un piccolo grande editore che sta facendo cose buone nel campo del fumetto, tra ben ponderate ristampe di classici italiani e azzeccate novità internazionali. Forse un recupero fumettistico manca all’appello nel quadro editoriale: la produzione Bianconi degli anni Sessanta, primo tra tutti il Braccio di Ferro di Sangalli, un tempo tradotto in tutta Europa. Noi la buttiamo lì come idea. Hai visto mai?
Avevamo già visto il film Coraline e la porta magica (2009) di Henry Selick, candidato all’Oscar come miglior pellicola di animazione, basato sul romanzo di Neil Gaiman, quindi conoscevamo la storia che in parte si discostava dal testo narrativo, arricchendolo di personaggi e situazioni. La versione a fumetti non aggiunge novità sensibili, toglie il bambino amico e conserva il gatto nero, ma la vicenda è identica, con una ragazzina intraprendente e sognatrice come Coraline, costretta a vivere in una villa solitaria, soprattutto a fare i conti con i demoni della sua mente - reali o immaginari non è dato sapere - e con genitori alternativi che vivono in una dimensione parallela, oltre una porta magica. Una storia fantastica, a tinte horror, una fiaba nera dove la strega della situazione sfoggia bottoni al posto degli occhi e chi viene catturato si trova a subire identica terribile operazione oculistica. Un fumetto (un film, un romanzo) strano, bizzarro, spaventoso, ma forse il linguaggio del graphic novel stempera la parte horror che nel cartone animato in 3 D era più evidente. I disegni di Craig Russell sono molto classici, come sono classiche sceneggiatura e suddivisione in vignette; suggestivo il colore di Lovern Kindzierski, con un sottofondo rosso porpora dal taglio horror. Storia ben tradotta per NPE da Annunziata Ugas e Smoky Man. Edizione in carta lucida, formato libretto tascabile, molto curata, prezzo economico, considerato che il pocket è tutto a colori, inoltre va pagato un traduttore e i diritti di acquisizione non devono essere stati uno scherzo. NPE è un piccolo grande editore che sta facendo cose buone nel campo del fumetto, tra ben ponderate ristampe di classici italiani e azzeccate novità internazionali. Forse un recupero fumettistico manca all’appello nel quadro editoriale: la produzione Bianconi degli anni Sessanta, primo tra tutti il Braccio di Ferro di Sangalli, un tempo tradotto in tutta Europa. Noi la buttiamo lì come idea. Hai visto mai?
Neil Gaiman
Coraline
Adattato e ilustrato da P. Craig Russell
NPE - Euro 12 – pag. 186
Eight 89 Nine
Posted by Francesco Saverio Simone libri a portata di mouse 00:13Gordiano Lupi
La cultura giapponese e manga ha conquistato a tal punto l’immaginario dei nostri giovani che promettenti disegnatori s’inventano serial manga ambientati in Giappone, così ben disegnati - a imitazione degli originali - da sembrare veri fumetti del Sol Levante. Tsuburaya e Toriyama si prendono per mano, guardando Tanizaki e Shinka, in questo fumetto scritto e disegnato da una fantasiosa artista italiana che si firma con il nicknamemade in japan di Lexy Mako. Il fumetto racconta la storia di un disegno che prende vita grazie a un personaggio chiamato Il Disegnatore, un folle individuo che non vuole conquistare il mondo come i cattivi di una volta, il suo scopo è molto più limitato: diventare famoso disegnando fumetti sempre più coinvolgenti e affascinanti. Per far questo ha bisogno di Eight Nine, futura mascotte del sito internet che pubblicherà i disegni, ma deus ex machina di una storia che si sviluppa secondo la miglior tradizione dei manga e degli anime, tra misteriose apparizioni, fantastiche presenze orrorifiche e un inquietante passato dei personaggi. Non siamo che al primo volume di una serie che si presenta abbastanza complessa e che non mancherà di fornire colpi di scena. Lo stile è classico - per quanto può esserlo un manga - disposizione delle vignette stile Marvel anni Settanta con la tavola divisa in 6 - 7 riquadri, a volte persino 9, con rare splash pages (paginoni giganti, iniziali). Bianco e nero con chiari scuri, figure femminili molto ben tratteggiate, personaggi curati e ben delineati nel carattere. Per quanto posso intendermi di fumetto (soprattutto manga) apprezzo una storia avvincente, ricca di colpi di scena che fa venire voglia di proseguire nella lettura. Editore piccolo, ma specializzato nel genere - www.kasaobake.it- che crede nelle giovani promesse del fumetto italiano. Ordinatelo in fumetteria, o sul sito della casa editrice, dotato di un magazzino telematico molto ben fornito. Ne vale la pena.
Un libro da Premio Strega
Posted by Francesco Saverio Simone libri a portata di mouse 00:17Gordiano Lupi

Parlare di Sacha Naspini è per me facile e complesso, al tempo stesso. Facile perché conosco la sua scrittura da sempre: ero nella giuria di un premio locale quando ho apprezzato uno dei suoi primi racconti e lui non aveva ancora pubblicato niente, sono stato tra i primi a leggere L'ingrato, che ho promosso da editore insieme a I sassi, due delle sue novelle migliori, del respiro adeguato per essere apprezzati in pochi giorni di lettura. Complesso perché in parte considero Naspini una mia scoperta - pure se lui è autorizzato a replicare come Franco Franchi, quando gli chiedevano se l’avesse scoperto Mattòli o Modugno: “Mi ha scoperto soltanto la levatrice!”. Rischio di non essere obiettivo, quindi, ma penso di riuscire a superare questo empasse facendovi assaggiare un breve passaggio della sua scrittura: “La Maremma ha questo di tremendo: all’inizio si presenta con il muso bello, per entrarti nelle grazie. Poi non ti lascia più, mostrandosi per la belva che è. Un giorno ti accorgi che la provincia ti si è ficcata nelle vene e allora tenti subito un passo d’impulso per scrollartela di dosso. Ma ormai ti hanno legato le stringhe. Quel che ne ricavi è solo una botta di bazza sul sasso della chiesina, tanto per cominciare”. Oppure: “Ogni angolo di Maremma è fatto così. Ti urla nel corpo, nel brutto e nel bello. La gente di questa regione ha la pelle dura, specie dal didentro, dove a volte si ispessisce come la cotenna delle bestie. Anch’io vengo da quello stampo”. E infine: “Casa vostra sa di brodo e legno ammuffito. Ma c’è anche un aroma di fondo che fa pensare al piscio di gatto, eppure in giro non ce n’è mezzo”. Sarà perché anch'io son di Maremma, ove uccello che ci va perde la penna, sarà perché certi racconti che profumano di Cassola e Bianciardi passando per Tozzi e Cavoli, ma persino per Vergari e Zannoner, mi entusiasmano e mi commuovono, mi fanno riscoprire le mie radici, ma penso davvero che la vera letteratura di Naspini stia proprio da queste parti. Le sue cose migliori hanno il sapore del pane scuro maremmano, soffrono il sudore dei minatori di Ribolla e le lacrime delle madri che attendono i figli di ritorno dai campi funestati dalla malaria. Ecco perché ritengo, per esempio, Il gran diavolo solo un buon esercizio di artigianato narrativo, ché Naspini è uno sceneggiatore nato, tu gli dai in mano una storia e lui sa scrivere di tutto, mentre Le case del malcontento è letteratura pura. Tutto nasce da L'ingrato(Il Foglio, 2006), con il personaggio del maestro Calamo e la riuscita ambientazione nel paesino immaginario con il coro delle pettegole e delle malelingue, una sorta di breve anteprima del grande romanzo corale prodotto oggi, che contiene tutto l’immaginario narrativo di Naspini. L’autore dà voce alla Maremma ricorrendo a una serie di personaggi che vivono in un paese di fantasia, tra Follonica, Roccastrada, Roselle e Montemassi, insomma un borgo collinare del grossetano, che non esiste ma che potrebbe esistere, visto che rappresenta molti luoghi reali. E i personaggi raccontano in prima persona le loro esistenze, siano il medico, lo scemo del paese, il maestro, la prostituta, una vedova, un contadino... Un esile collante lega le varie storie, ma il protagonista è corale, ogni personaggio è il simbolo di un fallimento, di una sconfitta, di una piaga tutta maremmana. Non ha molta importanza la trama e lo sviluppo finale degli eventi, il colpo di scena - che pure troverete - la parte nera e truce, quel che conta sono le vite narrate, come in una raccolta di racconti maremmani di cassolianamemoria. Un Ferrovia localecontemporaneo, una Vita agra ancor più agra di quella bianciardiana, un podere di Tozzi dipinto a tinte fosche e senza speranza. Naspini va oltre il già detto, s’inventa un linguaggio vero, preso dalla realtà contadina e maremmana, si ispira ai classici ma confeziona un genere nuovo, una novella nera che pesca nell’immaginario delle storie di paese e delle esistenze più grame e derelitte. Ci ha confidato l’autore: “Ho voluto utilizzare il meccanismo narrativo del piccolo che racconta il grande: a Le Case ci sono tante sfumature dell’animale uomo sul pianeta Terra. Le Case è una sorta di istinto collettivo dove sono messe in scena le luci e le ombre dell’essere umano, giocando con tante zone grigie”. Credo che Naspini sia perfettamente riuscito nell'intento, confezionando un romanzo potente e disperato, ricco di personaggi maledetti che ricordano i protagonisti malandati delle canzoni di De André (Non al denaro non all'amore né al cielo) e le lapidi poetiche di Spoon River. Le case del malcontento sono una Spoon River maremmana, un microcosmo complesso di vite e di emozioni, che riassume - superandolo e perfezionandolo - tutto il passato narrativo di Naspini, non solo L’ingrato ma anche I sassi (uno dei personaggi è nato nello stesso paese della protagonista femminile) e I Cariolanti (San Bastiano, il dottore che sega la gamba alla madre…). Le case del malcontento è un romanzo che vedrei bene candidato al Premio Strega, anche per dare un segnale nuovo: tornare a leggere letteratura, che spesso - come il buon vino - è più facile trovare nelle botti dei piccoli e medi editori, ancora profumate di rovere e di sentori boschivi.
Sacha Naspini
La case del malcontento
Edizioni e/o - Pag. 460 - Euro 18,50
Ho sognato di vivere
Posted by Francesco Saverio Simone libri a portata di mouse 05:18Gordiano Lupi
Credo di aver letto quasi tutti i libri di Mario Bonanno, che seguo dai tempi in cui dirigeva una bella rivista musicale edita da Bastogi, dedicata alla musica italiana e soprattutto ai cantautori, ma non a musicisti stile Pino Daniele e Claudio Baglioni... solo a cantautori impegnati, i cui testi sono molto vicini alla poesia. Al tempo stesso, ascolto Roberto Vecchioni dal 1970, ho visto il mio primo concerto del professore, a Firenze, al teatro tenda di Lungarno Moro, nel 1985. Fu una cosa stupenda. Ricordo ancora quando prima di cantare Improvviso paese disse che quella canzone la conosceva soltanto lui e che la metteva in scaletta per pochi intimi. La mia ragazza del tempo mi prese per pazzo quando ripresi parola per parola, con le lacrime agli occhi, la musica del cantautore milanese e andai avanti con E’ vero Fulvio/ dimmi che è vero/ quante hai saputo/ prenderne in giro.. . Ecco, tutto questo per avvisare che Ho sognato di vivere non è il solito librettino che vi racconta quattro fesserie su Vecchioni, un po' di pettegolezzi, le vicissitudini affettive legate alla singola canzone e l'esegesi della scrittura. No davvero. Questo libro di Bonanno è un saggio profondo e meditato sulla musica di Vecchioni, parte dell'idea che di poesia si tratta - aiutata dalla sonorità delle note - e come tale la spiega, ricorrendo alla filosofia di Bergson e alla letteratura di Borges, alla poesia di Rimbaud e Verlaine, abbandonandosi a meditazioni sul tema del tempo, della morte, della religione e della vita, analizzando parole e rime. Vecchioni è cultura postmoderna in tutti sensi, capace di parlare in una stessa canzone di Carl Barks e Moravia, di Paperino e di Ulisse, dell’Atalanta e del senso della vita. Molte citazioni dai testi - anche i meno noti - di Vecchioni, ti fanno venire voglia di andare a riascoltare l'intera produzione, ma troviamo anche documentate appendici dove leggiamo l'interpretazione autentica del professore che approfondisce le sue stesse parole. Un libro dedicato a chi conosce a fondo l'opera di Roberto Vecchioni, uno dei nostri cantautori più interessanti, un intellettuale - autore di romanzi profondi e di racconti intensi - a tutto tondo, che non presenterà mai il Festival di Sanremo (per fortuna!) ma che (in compenso) l'ha vinto. Non con la sua canzone più bella, che per me resta L'uomo che si gioca il cielo a dadi. Dedicata a tutti i padri del mondo. Il libro costa 14 euro, prezzo poco accessibile per un libro di 100 pagine, ma è in carta patinata e ci sono dieci pagine di foto a colori. Se amate Vecchioni vale la pena, date retta…
Mario Bonanno
Ho sognato di vivere
Variazioni sul tema del tempo in Roberto Vecchioni
Stampa Alternativa - Grande Concerto
Pag.100 - Euro 14 - Carta patinata/ Foto a colori
Colpo di luna (1995) di Alberto Simone
Posted by Francesco Saverio Simone OCCHIO IN CAMERA 07:03di Gordiano Lupi
Regia: Alberto Simone. Soggetto e Sceneggiatura: Alberto Simone, Gioia Magrini, Dido Castelli. Fotografia: Roberto Benvenuti, Romolo Eucalitto. Montaggio: Enzo Meniconi Kohout. Musiche: Vittorio Cosma. Scenografia: Andrea Crisanti. Costumi: Beatrice Bordone, Luigi Bonanno. Produttore: Roberta Manfredi, Alessandro Olivieri. Paesi di Origine: Italia, Paesi Bassi. Durata: 86’. Genere: Drammatico. Interpreti: Tchéky Karyo, Nino Manfredi, Isabelle Pasco, Jim Van Der Woude, Johan Leysen, Mimmo Mancini, Paolo Sassanelli, Andrea Cagliesi, Davide Cincis, Barbara De Luzenberger, Andrea Giudici, Annelie Harrysson, Cinzia Mascolo, Vasco Mirandola, Daniela Rompietti, Anouschka Sarafzade, Anna Scaglione, Francesco Scali, Francesco Guzzo, Giacinto Ferro, Turi Scalia.
Colpo di luna è l’interessante opera prima di Alberto Simone - apprezzato da Nanni Moretti - presentata al Festival di Berlino, dove è stata premiata soltanto per la bravura del cast di contorno. A nostro parere ci sono molti aspetti che rendono la pellicola importante nell’asfittico quadro cinematografico dei nostri anni Novanta. Prima di tutto la tematica disagio mentale, affrontata con leggerezza e profondità, per non parlare di una delle ultime ottime interpretazioni di Nino Manfredi. In sintesi la trama. Lorenzo (Karyo, doppiato da Roberto Pedicini) torna in Sicilia dopo la morte della madre, nella casa della sua infanzia, che deve restaurare e vendere. Prende contato con Salvatore (Manfredi) che si presenta alla villa con due insoliti aiutanti che soffrono di turbe psicologiche. Lorenzo si rende conto che a casa di Salvatore si è insediata una vera e propria comunità diretta da uno psicologo (Leysen), che si prende cura di ragazzi affetti da disagi mentali. Salvatore ha un figlio schizofrenico (Mancini) che cura con affetto, nella consapevolezza che la sua assenza nel momento del bisogno ha aggravato la malattia mentale. La madre è morta nel darlo ala luce e Salvatore è tornato a casa dalla Germania - dove si trovava per lavoro - solo cinque anni dopo. Lorenzo è uno scienziato che si occupa di buchi neri e problematiche astrofisiche, in un primo tempo vorrebbe scappare e tornare prima possibile al suo lavoro, ma poco a poco si affeziona alla comunità, vive una sorta di rapporto sentimentale con Luisa (Pasco), comincia a curare i ragazzi e decide di restare. Perfetta l’interpretazione degli attori che si calano in maniera credibile nelle turbe psichiche che devono rappresentare, dopo lunghe fasi di studio a contatto con veri malati di mente, insieme al regista e agli autori. Il film è ben sceneggiato, a parte alcuni dialoghi un po’ retorici e diverse sequenze (ben fotografate) meramente calligrafiche. Il regista cita Il posto delle fragole di Ingmar Bergman con la tematica del ritorno a casa e della riscoperta dell’infanzia grazie alle cose che si rivedono con gli occhi nuovi dell’età adulta. Tra tutti è emblematico l’episodio dell’automobile di famiglia riscoperta nel garage e rimessa in sesto per spostarsi, che produce alcuni flashback di un Lorenzo bambino seduto nei sedili posteriori. Citato esplicitamente Il dormiglione di Woody Allen, sia nel contenuto che nel dialogo della poetica sequenza. Abbiamo il tema della diversità tra Sud e Nord, la vita che va sempre di fretta, presa troppo sul serio dai milanesi, contro il fatalismo meridionale e i tempi lenti della calda Sicilia. Nino Manfredi è straordinario - pur con il suo accento ciociaro - come vecchio lavoratore siculo, ignorante ma tutto cuore, innamorato di suo figlio e della vita. Tchéky Karyo nei panni del protagonista sfoggia sempre la stessa espressione, non è il massimo della recitazione mimica, ma in definitiva compie con diligenza il suo dovere. Contributi comunitari alla realizzazione del film per il tema portante prettamente sociale e per aver affrontato l’argomento disagio mentale con spirito didattico (e mai didascalico). Ottima la colonna sonora realizzata da Vittorio Cosma, che si avvale di alcuni pezzi classici e sinfonici.
Alberto Simone (Messina, 1956) gira nella sua Sicilia un’opera prima ispirata e compiuta, proviene da esperienze di psicologo e psicoterapeuta, quindi conosce bene il tema di cui parla. Candidato al David di Donatello come miglior regista esordiente, ha la sfortuna di incontrare sulla sua strada uno straordinario Paolo Virzì. Produce Dauphin Film Company, fondata insieme alla moglie Roberta Manfredi (figlia di Nino), mentre il suocero collabora come attore in un ruolo che gli calza a pennello. Globo d’Oro alla migliore opera prima, assegnato dalla stampa estera. Simone non ha più girato niente per il cinema, ma ha cominciato una proficua attività come regista televisivo e sceneggiatore Rai. Ricordiamo tra i molti lavori realizzati nei due ruoli: Linda e il brigadiere (2000), Una storia qualunque (2000) - sempre con Nino Manfredi protagonista -, Un difetto di famiglia (2002), Le ragioni del cuore (2002), In nome del figlio (2008), Il commissario Manara (2009 - 2011), L’ultimo papa re (2013).
Frasi per libri amati
Posted by Francesco Saverio Simone OCCHIO IN CAMERA 02:08Gordiano Lupi
Da L’Avana amore mio
Non potrei mai andarmene di qui, perché la mia vita è qui, all’Avana, afferma Cabrera Infante. Non sa che il destino ha già deciso e che lui dovrà dire addio alla sua terra per non rivederla mai più. Morire in esilio è una sofferenza troppo grande per un poeta capace di cantare con dolcezza ogni angolo della sua terra. Non ci vuol credere. Non può finire così, tra i grigi fumi di Londra e i tramonti nascosti dal colore plumbeo del cielo. Per scacciare la nostalgia lo scrittore ricorda ogni sera la sua terra e la saluta con un semplice: “A dopo”. Cabrera Infante passa tutta la vita a dire: “A dopo”, strana abitudine avanera, una sorta di riluttanza a dire addio, pure se sa bene che non rivedrà la città delle colonne. Resta l’ispirazione letteraria, quella non può toglierla nessuno. Resta la magia che L’Avana ha regalato alla sua giovinezza. Restano i tramonti rosso fuoco che lo scrittore si porta nel cuore per tutta la vita. La magia dell’Avana è nelle piccole cose del quotidiano, in un suono di tamburi, nella danza sensuale di una mulatta, nei sogni a occhi aperti davanti a un lungomare. La città delle colonne ti attende, scrittore in esilio, e forse un giorno celebrerà il tuo funerale.
L’Avana di oggi non sopporta i mendicanti, li scaccia sotto un sole inclemente e non dà rifugio, perché
è una città fatta di strade scure, marciapiedi vuoti, fontane asciutte, alberi senza frutta, sporcizia e rovine. Resta la brezza che sale con gli odori del porto e il vento di terra che reca puzza di petrolio dalla vicina raffineria e la pestilenza delle fogne a cielo aperto. L’Avana è una città di statue decapitate, palazzi cadenti, lampioni spenti, marciapiedi dissestati e acque putride che si perdono in mille rivoli. Ed è per questo che possiamo affermare insieme ad Abilio Estévez che niente spiega L’Avana meglio del pianto e di una canzone disperata che rompe il silenzio della notte.
Da Calcio e acciaio – Dimenticare Piombino
Emigranti. Pure noi siamo stati un popolo di emigranti. Sembra che nessuno se
ne ricordi. Il nonno di Giovanni aveva disegnato santini e angeli per biglietti di auguri, volti di donne lontane per cartoline d’amore, cavalli dalle briglie sciolte che prendevano il volo verso patrie dimenticate. Non aveva mai smesso di coltivare un’abitudine appresa in terre lontane, scriveva lunghe frasi in inglese che abbandonava sulle panchine, sgrammaticate, zeppe di errori, ma era la lingua del popolo, imparata per sopravvivere. Povera gente andata al di là del mare, a bordo di inaffondabili Titanic, per fare fortuna, anche se spesso la fortuna restava un fiore non colto. Francesco diceva sempre di averla trovata quella fortuna, il viaggio aveva dato un senso alla sua vita, aveva conosciuto mondi nuovi ed era riuscito a superare difficoltà insormontabili. A quel tempo eravamo gli italiani mafiosi, mangiaspaghetti, banditi e traditori, brutti, sporchi e cattivi, come in un vecchio film di Ettore Scola. Il nonno aveva attraversato strade polverose, conosciuto paesi dei quali non ricordava i nomi, amato donne dai sorrisi misteriosi, nascosto malinconie quando si sentiva disprezzato e rifiutato. Non era americano, tanto bastava…
ne ricordi. Il nonno di Giovanni aveva disegnato santini e angeli per biglietti di auguri, volti di donne lontane per cartoline d’amore, cavalli dalle briglie sciolte che prendevano il volo verso patrie dimenticate. Non aveva mai smesso di coltivare un’abitudine appresa in terre lontane, scriveva lunghe frasi in inglese che abbandonava sulle panchine, sgrammaticate, zeppe di errori, ma era la lingua del popolo, imparata per sopravvivere. Povera gente andata al di là del mare, a bordo di inaffondabili Titanic, per fare fortuna, anche se spesso la fortuna restava un fiore non colto. Francesco diceva sempre di averla trovata quella fortuna, il viaggio aveva dato un senso alla sua vita, aveva conosciuto mondi nuovi ed era riuscito a superare difficoltà insormontabili. A quel tempo eravamo gli italiani mafiosi, mangiaspaghetti, banditi e traditori, brutti, sporchi e cattivi, come in un vecchio film di Ettore Scola. Il nonno aveva attraversato strade polverose, conosciuto paesi dei quali non ricordava i nomi, amato donne dai sorrisi misteriosi, nascosto malinconie quando si sentiva disprezzato e rifiutato. Non era americano, tanto bastava…
Non è cambiata tanto la mia città, in fin dei conti si vive ancora come un tempo. C’è lo stesso corso, ci sono i cinema del centro, pure se hanno aperto i multisala, ci sono tanti bar e friggitorie, anche se parecchi parlano lingue straniere, vendono kebab, hamburger, roba così, che io mica la comprendo. Hanno chiuso le vecchie sale giochi, mancano i carretti dei venditori di semi e pistacchi, non vedo passare il venditore di gelati, non ci sono biliardini e flipper. Per questo mi fermo poco in centro e non mangio il gelato nei bar troppo eleganti che espongono gusti multicolori. Non avrebbe più il sapore d’una volta. Avrebbe un gusto amaro. Saprebbe di rimpianto. Perché in fondo in fondo lo comprendo cos’è cambiato. E non mi va mica tanto di ammetterlo.
Da Miracolo a Piombino
Non servivano parole. Non erano mai servite. Bastava uno sguardo. Tutto stava cambiando, ormai. Marco, gli altri, il mondo, le piccole cose del quotidiano, il suo paese di provincia percosso dai venti. Restavano i sogni, ma erano incubi oscuri che rendevano inquiete le notti. Marco avrebbe voluto tornare al passato, quando non si sentiva mai solo e aveva sempre qualcuno accanto per indicare una strada. Robert lo guardò in silenzio, come sempre, sguardo timoroso, pronto a spiccare il volo al primo accenno di pericolo. Era un povero gabbiano del piccolo porto. Poteva soltanto osservare. Crescere e affrontare la vita, superare il cambiamento, sarebbe stato un suo problema. Marco lo sapeva bene, ma il suo dolore si stemperava tra le ali del gabbiano mentre disegnava virtuose giravolte nell’azzurro incontaminato di quel mare in tempesta.
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