A. tra le ali della Nike - Epistolario in (quasi) gennaio
Posted by Francesco Saverio Simone INSTABILI EQUILIBRI 10:34di Natty Patanè
sottofondo musicale consigliato:
wish you were here (Pink Floyd)
rain in your black eyes (E. Bosso)
Caro A,
Era stato d'estate che Sebastiano aveva conosciuto Sergio. Sinceramente ora non ricordo come accadde ma successe al lido, quell'insieme di cabine su palafitte avvinghiate alla scogliera lavica che si adagia dietro il molo di Capo Mulini.
Sergio aveva copiosi ricci biondi che sovrastavano un viso apparentemente sempre imbronciato, si muoveva lento come se il caldo dell'estate gli girasse intorno mentre vagava tra il bar, la piscina e il mare, nero e profondo fin da subito. Dava sempre l'impressione di essere più maturo, forse più grande della sua età, o almeno così lo aveva visto Sebastiano.
Sebastiano invece combatteva una infinita timidezza sfoggiando con sfrontatezza capelli lunghissimi e recitando la parte del sicuro di se per dimenticare di sentirsi sempre, irrimediabilmente inadeguato, inferiore e bersaglio di un imminente attacco.
Non ricordo come, dicevo, come accadde ma si ritrovarono a parlare, parlare, parlare e di li a pochi giorni avevano già concordato che Sergio sarebbe andato a giocare nella squadra di calcio di Sebastiano, non solo, ma che avrebbe portato con se un amico, un suo compagno di liceo che in difesa era insuperabile.
Tra un juke-box acceso, ore in acqua a giocare a pallanuoto e cabine dove cambiarsi, l'estate, sarà stata l'estate dell'81? 82? lentamente stingeva i suo colori accesi lasciando i due nuovi amici più biondastri del solito alle prese con la prima amichevole dove testare la nuova squadra.
Gli eucalipti si affacciavano in quel tempo sul polverosissimo campo di terra, più pietre che terra a dire il vero, ma in fondo che importava? E tra quella polvere arrivasti anche tu, A. dal volto così serio che quello di Sergio, l'imbronciato, sembrava la pubblicità di un villaggio vacanze, però quando sorridevi riempivi l'aria.
Ed era vero! In difesa eri un muro pressochè invalicabile, elegante nei movimenti, apparentemente tranquillo.
Sai A, si, si, lo sai, Sebastiano era abituato ai cori ostili, agli insulti, alla derisione, oggi avremmo detto con semplicità al bullismo, e tu e Sergio, accettando di giocare in squadra con lui gli avevate dato la sorprendente gioia di sentirsi uno qualsiasi, non il bersaglio.
Poi arrivò il campionato, il primo, e il giorno precedente la partita vi telefonava per ricordarvi orario, luogo ed ogni dettaglio. Chissà quante volte ti ha interrotto mentre studiavi, tu così ligio e comunque gentile. Sergio invece difficilmente lo trovava in casa e spesso era il padre a rispondere, e Sebastiano si scusava infinite volte perchè lo pensava sempre intento a scrivere a documentare a raccontare.
Oggi ho aperto facebook, cosa che faccio sempre meno, la prima immagine era la tua, la tua di quei giorni, un “memorial” di calcio per squadre giovanile, per te. E nel bianconero solo in pochi potevano immaginare il verde della nostra maglia, della nostra squadra di cui quasi tutti sbagliavano il nome pensando alle scarpe invece che alla vittoria alata.
Ed eri là con uno dei tuoi sorrisi rari e preziosi, non ancora uomo, non ancora avvocato, solo tu, il mio compagno di squadra. Non ci siamo più rivisti ed ora so che non potremo rivederci più, qua, ma era giusto che ti raccontassi quanto, solo giocando hai regalato a Sebastiano, con la naturalezza di un puro.
Ed ecco che nel cercare parole adeguate riscopro il prezioso valore dei silenzi.
Grazie in questa sera di quasi gennaio
Epistolario in dicembre - Carole, classisti e l'uomo in frac
Posted by Francesco Saverio Simone INSTABILI EQUILIBRI 02:51di Natty Patanè
sottofondo musicale consigliato:
Million reasons (L. Gaga)
L'uomo in frac (D. Modugno)
Caro Piero,
Dicembre, ovvero ode all'ovvio e all'ipocrita.
Ieri il viale risuonava di carole ritrite e false che neanche rallentavano signore dagli stucchi lucenti spalmati sapientemente sulle guance pronte ad abbandonarsi all'età. Tutte in preda ad una irrefrenabile eccitazione da “regalopertuttisenochenataleè???”
Tra le note e le luci di infinitamente tristi led spiccava una specie di frac, liso e segnato dal tempo. Immobile, dal viso già triste di suo, accentuato da un bianco cadaverico e segni attorno alle labbra. Un cappello, o quel che ne rimaneva, penzolava tra le mani e una piccolissima radiolina mandava una ballata un po' rabberciata. Per una moneta il volto spento forzava un sorriso.
In la un cappotto avvolgeva uno sguardo torvo dal passo lento, un cane al guinzaglio portava la stessa andatura e faceva finta di colmare una solitudine che sapeva d'infinito. Beh, sai, ho pensato che io di cani ne ho avuti e proprio non ne voglio più, credo che a vivere una scena come quella mi abbrevierebbe la vita. E così mi sono venute in mente cose, antiche, piccole, inutili come le code dorate ostinatamente legate agli alberi di natale e da ricacciare al più presto in uno spazio celato agli sguardi dei più.
Capelli raccolti dietro la nuca, occhiali metallici e lo sguardo fisso e duro la direttrice lo chiama, nel silenzio di quasi 40 bambini di quinta elementare e gli fa consegnare i libri affidatigli qualche settimana indietro. Fuori dalle vetrate della scuola privata così alla moda in quel tempo, bouganville ancora fioriti, dentro, la perplessità dei compagni rimbalzava nell'umiliazione di lui che sapeva. Cioè non che conoscesse ancora il senso della parola “morosità” ma sapeva benissimo che quei libri consegnati erano il simbolo esibito agli altri dell'espulsione per rette non versate. La ricordi la direttrice? A Natale faceva preparare spettacoli pieni di canzoncine e triangoli tintinnanti poi si accomodava nel posto passeggeri della mercedes beige che il marito guidava con fare da principe altero. Io la ricordo e mi viene da ridere e allo stesso tempo mi vieni in mente, ancora, piccolo con gli occhiali e quell'accento strano, passaggio breve il tuo, sarà stata la seconda, forse la terza elementare, ma ti ricordo e nel tuo non esistere se non nel ricordo sei proprio l'ideale per questa confessione classista. La direttrice assisa nel suo palazzotto nobiliare del corso principale e il piccolo semiproletario cacciato.
Passo dopo passo il viale si appresta a lasciare il posto al ponte di corso Cavour e ti sorprende improvviso un odore proveniente chissà da dove e che ti riporta ancora indietro, ti sembra di essere ancora avvolto dal vapore nebbioso di uno spogliatoio dove qualcuno sta annegando in nuvole di brutt 33, ne ricordi l'odore, la forma della bottiglia, la pubblicità di Panatta e quella sensazione di essere ad un passo dalla conquista del mondo
Poi arrivano le albe, l'inizio del giorno dico, mica parlo del sole dell'avvenire, solamente di un altro giorno, e magari un sole ancora basso proietta, lunga, la tua ombra verso ponente e ti sembra di lambire il tempo e dilatarti nello spazio e in quel momento pensi che in fondo ogni mattino ha la certezza della sera e ad un tratto vuoi solo sorridere e nel silenzio cominci a sussurrare le parole di una canzone di successo e ti sembra di abbracciarti.
Edda, Astrid e i magnifici natali - Epistolario in novembre
Posted by Francesco Saverio Simone INSTABILI EQUILIBRI 11:32di Natty Patanè
sottofondo musicale consigliato:
“Too good at goodbyes” - Sam Smith
“Via del campo” - Fabrizio De Andrè
Cara Astrid,
Mo basta! Si si, hai capito bene! Adesso smettiamola, mi hai segnato la vita, oh! Non rinnego niente sai? Però è ora di smetterla. Tirare le somme direbbero quelli avvezzi ai bilanci.
Falegnameria? Non pervenuta.
Si si mi sono anche dilettato ma le statuette non le so intagliare, mi dispiace!
Vacanze su isole quiete e piene di baite in legno? Zero.
Di isole ne continuo a praticare solo una, quella grande, infuocata che nulla ha a che vedere con quelle fredde e nordiche che raccontavi tu.
Certo per un breve periodo ho anche avuto un bellissimo Gutzman con quell'aria triste e distaccata che se mi guardo allo specchio mi pare di vedere. Come dici? Era un cane? Un San Bernardo? Si si lo so! parlo proprio di lui, ti sembra strano che io gli somigli? Boh fai tu! Che poi dovrei andare a ricercare come lo avevi chiamato in realtà nella tua lingua ma so che ti sta bene anche quello che gli avevano dato gli adattatori italiani.
Ebbene si! tutta quell'aria di libertà incombente, anelata, non è che poi la si viva facilmente! Certo ogni tanto la sfiori, o meglio, ti sembra di sfiorarla ma sono attimi, persi tra un appuntamento e l'altro, tra una rata e l'altra, tra un cambio dell'olio e l'altro e poi li perdi, diluendoti nelle appartenenze altrui.
Torniamo a noi che è meglio. Ti dicevo di quanto mi hai accompagnato, si lo so che suona meglio rispetto al “segnato” che ho usato prima, e in fondo te lo devo un minimo di ossequio, ma sai un po' di dissacrazione ogni tanto ci sta, così giusto per sentirsi come quegli artisti che azzeccano un capolavoro da giovani, si godono gli osanna di critica e pubblico e poi, quasi storditi, tornano lentamente nel silenzio, dimenticati, d'altra parte qualsiasi alba ti parla del suo stesso tramonto. Potrei farti nomi ma forse non li conosceresti proprio, passati in un tempo che non era già più il tuo.
E sai, oggi mi venivi in mente, e mi veniva in mente la persona che ho deciso ti dovesse somigliare, probabilmente perchè anche lei nordica, si, certo, mica quanto te! ma sempre qualche migliaio di chilometri più a nord c'era nata!
Edda era minuta e con gli occhi acquosi, si muoveva con garbo e movimenti lenti fendendo l'aria con grazia, quasi a spostarla. Se sedeva, stava con le mani raccolte una nell'altra, posate lievemente, quasi levitanti, sulle ginocchia, protendendosi ad ascoltarti mentre sorseggiavi il the o addentavi un biscotto al burro che aveva elegantemente posato su un piattino di porcellana coperto da un tovagliolo ricamato. Spesso indossava camicette in seta, ne ricordo una con un grande fiocco sul davanti, che acuivano l'aria di signora dell'alta borghesia che sfiora il tavolo veneziano per trovare piccole tracce di polvere ma, in realtà, lei non aveva nulla di tutto questo, era solo baciata dall'eleganza e memore della sua giovinezza nelle campagne friulane.
Proprio là, da contadina orfana, si era trovata di fronte un piccolo soldato dalla fronte larga e dagli occhi piccoli e svegli malgrado il terrore da disertore braccato. Sai, non aveva avuto esitazioni e insieme alla madre lo avevano nascosto fino alla fine della guerra, per poi seguirlo in una terra così lontana dalla loro.
Insieme, io e lei, guardavamo fuori dal terrazzo dell'attico la scogliera lavica, il castello d'Aci e una Catania che svuotava i bordelli di San Berillo e apriva pub. Chissà quanta solitudine in quegli occhi azzurri e stanchi.
Si Astrid, sono proprio convinto che dovesse somigliarti e ora è bene che vi lasci andare, entrambe, che bisogna assaporare anche il gusto del silenzio oltre che quello delle nostalgie.
Oggi forse è arrivato il freddo, quello atmosferico, quello vero, che quello dell'anima ti può arrivare quando vuoi. Qualche giorno fa il mare scardinava ogni appiglio e si mangiava il lungomare ma era solo un preludio d'inverno, qualche giorno dopo sul porticciolo un pescatore “arricciava” violentemente polpi mentre altri offrivano cassette di pescetti ma il sole dominava illudendo.
Ma tu dell'arricciatura dei polpi che ne sai? E soprattutto che te ne fregherebbe? Parlavamo di mettere le cose a posto, di riappropriarsi dei propri natali ed io, omaggiandoti ancora una volta torno ai miei di natali, quelli fatti di pesci, pescherie, sguardi torvi, silenzi, silenzi infiniti e da riempire o lasciare vuoti. A ciascuno i suoi, a chi le fattorie, a chi le pescherie, a chi le falegnamerie a chi altro, magari dipinto di prestigiosi colori. E di colori io userei forse solo il glicine, o il rosso ciliegia oppure l'indaco, ma si sa che poi i colori sbiadiscono, i silenzi no. Pensa che mentre ti parlo di pesci e colori mi muovo e ho rovesciato un intero vasetto di peperoncino che per ora può attendere riverso languidamente sul pavimento.
Hai ragione Astrid, ti confondo, saltellando da una cosa all'altra ma che vuoi? Mica tutti possono essere concisi e chiari come te ma capisco che stanco, sono bravissimo a stancare, fossi stato un militare sarei stato uno di quelli che assediano e stressano a tal punto che i nemici si arrendono solo per non sopportarli più …. ecco, divago ancora, che cazzo potrei entrarci io coi militari! Bah sarà la mia notoria aggressività che da qualche parte, talvolta trasborda.
Parlo, parlo, parlo, perchè in fondo mettere a posto, soprattutto se sai che poi molte cose non le userai più, non è mai facile.
Insomma, Astrid, mi hai regalato infiniti sogni, mi hai carezzato nelle illusioni, quelle dolci, non quelle da psicoanalisi, ed ora è giusto che prevalga il silenzio. Sul lungomare due ragazzi si baciavano, di nascosto, nella penombra della traversa e senza saperlo mi dicevano che della libertà dei tuoi personaggi io ho saputo solo guardare le ombre, sfuggenti, iridescenti ma vere e comunque profonde.
Epistolario in Ottobre - Io e lei
Posted by Francesco Saverio Simone INSTABILI EQUILIBRI 11:54di Natty Patanè
sottofondo musicale consigliato:
“It's all in the game” - Carmel
“Life in a northern town” - Dream Academy
“Aikea Guinea” - Cocteau Twins
A pecora!
Cara Greta,
oggi era una tranquillissima giornata di ottobre, il mare aveva ancora i colori belli dell'estate ma con una malinconia simile a quella che si prova nel vedere le messe in piega del sabato di chi si impone il rito settimanale impaurito dal passare del tempo ed inseguito dall'idea che le occasioni potrebbero sempre essere le ultime.
Uscito da lavoro ho percorso con incredibile flemma gli 800 metri dal parcheggio a casa poi ho aperto il portone dando uno sguardo alla massa blu in lontananza, subito ho sentito la voce della signora Vita in cortile, ricordi? Ti ho parlato di lei, quando la sento fin dall'ingresso so che l'agitazione la pervade e tra una risata gridata e un rosario alla radio è vicina all'esplosione
A pecora!
Ripete mentre sosta sull'uscio di casa, proprio di fronte al mio
A pecora dottore!
Mi giro, sai, non è usuale che mi rivolga la parola, normalmente si limita o a lanciarmi un – buonasera - con voce inquietantemente bassa e fare truce oppure a cinguettare, si proprio cinguettare credo sia il verbo più appropriato, un - Ehy! Ciao! Dottore!- quindi mi giro con stupore e sussurro
come?
Dottore dico che è un'arte! O per soldi o per apparire bisogna mettersi a pecora!
Ah! e che ci vuol fare signora! Buona serata
e sorridendo tra me e me mi rintano in casa mentre lei fa oscillare la frequenza tra una telefonata di ascoltatori che invitano alla preghiera e un Riccardodelturcolugliocolbenechetivoglio
Ma che c'entra mi dirai, infatti che c'entra tutto questo? Praticamente niente, sono tornato ieri e devo dire che le lunghe ore da solo, a guidare, spaccando l'Italia in quarti mi hanno ovviamente spinto a scendere ancora più a fondo nei miei pensieri.
Due giorni prima percorso inverso, io, Federico. Per un bel pezzo ha guidato lui, ha guidato con calma come sa che vorrei io per non stare teso come un filo in tensione, pensa! Mi sono rilassato! Poche parole, come sempre, che i nostri percorsi in macchina sono sempre stati molto silenti e infinitamente pieni di significati. Come mi somiglia! Ricordo lui sul suo seggiolino nel sedile dietro, calmo e silenzioso come normalmente non era fuori dall'auto, guardare fuori come mi dicono altri ricordano me poggiato sul vetro di una vecchia 500. E poi, che so, è stato proprio bravo a trovar casa, a imparare in fretta a muoversi a giocarsi le sue fiches iniziali.
Nel pomeriggio ho fatto un lungo giro, da solo, poi tornato in casa mi ha raccontato come erano andate le cose in facoltà e dopo mi sono steso un po'. Di là si sentiva armeggiare lui e il suo amico coinquilino, sistemavano disposizioni dei mobili, tv, divano, consolle per giocare e in quel loro chiacchierare ho sentito il peso di quello che negli anni mi son perso.
Intanto tu e Gabriele lottavate con le burocrazie, le rssa, i servizi sociali, e un uomo così vicino per sangue così lontano e assente nei fatti, che ti riconosceva anche quando la mente gli si perdeva nei meandri del destino.
Quanto è stata presente la sua assenza in tutti questi anni e quanto può tormentare la mancanza se vorresti solo esserci.
C'è stato un tempo, quel tempo che, mi hai spiegato, con difficoltà ricordi e spesso hai avuto bisogno di me per ricucire in episodi e volti, in cui cercavi di accompagnarmi per il mondo che forse inconsciamente sapevi mio, vedi? Già allora volevi fare da guida ed ora ti ho immaginata, serena, misurata mentre gli tenevi la mano
Gabriè pensa, quando toccherà a uno di noi, non ci saranno mani a tenere la nostra
così gli hai detto mentre lasciando la mano di vostro padre gli lasciavi il turno.
Continuerai a dire - che c'entra? -
E se ci pensi è un gioco di generazioni, io accompagno verso una potenziale vita nuova piena di speranze, di progetti, tu accompagni una conclusione senza nessun fare da prefica, con la dignità e la fierezza che ti contraddistingue da sempre, e mentre tu senti come un palpito che ti apre il cuore e vedi nell'alba del nostro mare nero un giorno che rinasce io sento gli anni e vedo allo specchio un vuoto pesante che poggia sulle spalle piegate.
Km, Km, Km, e tempo, tempo, ci affanniamo e siamo rimasti la, sulla spiaggia di Fondachello a raccontarci di viaggi mai fatti e di promesse infrante.
E se avesse proprio ragione la signora Vita? Se tutto fosse condensato nelle due motivazioni che lei individua nel vivere proni? - per soldi o per passione - così antitetiche così incredibilmente capaci di annullarsi a vicenda e allo stesso tempo convivere nei pensieri espressi della mia vicina dalla voce in bilico tra quella di un demone irrochito dai fumi della Geenna e quella di una bimba capricciosa e cinguettante.
Va beh! Forse dovrei cercarmi una bella stazione radio vintage anche io, magari un po' meno nazional popolare? Ma giusto un pizzico!
Epistolario in settembre I
Posted by Francesco Saverio Simone INSTABILI EQUILIBRI 09:12di Natty Patanè
Cara Agatina,
Com'era dolce l'aria questo pomeriggio. Dopo tante settimane di afa oggi sembrava che l'estate stesse spenta pronta all'addio.
Mi sono fermato un poco a leggere qualche pagina e poi mi sarei fermato volentieri, con gli occhi socchiusi, a farmi sfiorare da una lieve brezza che forse spirava dal vicinissimo mare facendosi largo fra i palazzoni di epoca fascista.
Sai, tutto questo quartiere dove vivo adesso trasuda di quell'epoca e non sai quante volte ho ripensato a te che ravvivandoti i tuoi capelli incredibilmente turchini li maledicevi tutti per le rovine che avevano voluto regalarti.
Già, lo so, con gli occhi che io ricordo sempre velati da un respiro di tristezza mi avresti guardato e mi avresti detto quasi stupita
- Ah! La sei andato a finire? Biiiiiii Signuri! -
Già
Una terra che per quanto a volte sia stata benevola rimane terra arata da verbi non miei.
Una mia amica mi prederebbe in giro ma qui, credimi, i gelsomini non hanno lo stesso odore. Certo c'è il mare, e quando proprio ci si sente perduti, in pochi passi si va verso il lungomare e come una sensazione di conforto si approssima, stupidamente confortati.
Forse sarà l'età, sì, non dirli i miei anni che a te sembreranno nulla, si lo so che ricordi il giorno del mio compleanno così vicino al tuo, come ricordo perfettamente quel sogno da bambino, forse il sogno più disperato che io abbia mai fatto, in cui l'unica adulta che veniva a salvarmi eri tu, apparentemente così lontana nelle generazioni ma così presente da trovare una soluzione alla mia disperazione così precoce.
Si certo, tu hai conosciuto bene la disperazione, le partenze senza ritorni, senza risposte, senza corpi da carezzare ma di te non mi rimane il dolore, la malinconia si, struggente talvolta ma il tuo viso senza sorriso non lo ricordo duro o addolorato.
Discreta, arrabbiata quando non riuscivi a ricordare il mio nome snocciolando tutta la dinastia dei maschi che avevi visto nascere.
Ed oggi chissà perchè in questo pomeriggio settembrino sei qui con me, mi sfiori la mano quasi a sapere che anche gli adulti mille volte rinascono, poi, silenziosa, riprendi questo tuo racconto fatto di violette, aquile sugli specchi, guerra, spagnola, morte e tanti fiori sul terrazzo
Il passo dell'ussaro
Posted by Francesco Saverio Simone INSTABILI EQUILIBRI 10:57di Natty Patanè
Il cortile era già da un po’ invaso da un forte sentore di soffritto. Cipolle, carote, sedani sembravano materializzarsi, li, tutti sul davanzale aperto al tramonto di fine estate. Dai piani superiori voci di bambini oscillavano tra capricci e richieste di coccole.
Fissava il vuoto e pensava che tutta quell’esplosione di vita non riusciva a seguire l’effluvio dei vegetali saltellanti nell’olio di chissà quale cucina e si fermava a due soffi dalla sua finestra, lasciandolo ai pensieri e al silenzio.
Non c’era neanche rabbia, solo un senso di paralisi, avrebbe potuto rimanere seduto sul divano per ore e, se lo chiese, forse erano ore che fissava un punto irreale nel muro.
Ci vide correre nuvole grigie e scrosciare di piogge come a sperare che l’acqua potesse, banalmente, sciogliere la sua tristezza. Si chiese se almeno le lacrime di cui ricordava lo scorrere tiepido sulle sue guance e addirittura quasi il sapore sulle labbra, avrebbero potuto liberarlo ma anche quelle disertavano il suo volto e la sua casa.
Per un attimo pensò di sentirsi come se ogni cosa della sua vita si fosse sgretolata quella mattina in un ovvio e scontato addio. Questo pensiero gli fece spostare lo sguardo dal muro fino alla sedia dove aveva stazionato per giorni la giacca blu. Gli aveva detto così tante volte di metterla a posto ma mai avrebbe pensato che il suo posto non fosse quello che per alcuni anni aveva avuto nei mesi in cui non era usata. Ora avrebbe proprio pagato per rivederla li, disordinatamente sulla sedia e avrebbe rivoluto indietro anche i fogli pentagrammati sparsi sulla scrivania e quella voce che d’improvviso sentiva esplodere dalla stanza accanto
- Ecco, vedi, li ho trovati, disordine, disordine ma io ci trovo tutto, sei tu che lo vedi come disordine -
E poi il sorriso suggellava la pace incombente. Talvolta si accoccolava alla giusta distanza per permettergli di suonare la chitarra e puntualmente, dopo uno o due o tre o mille brani finiva con la sua preferita, e bastava che pronunciasse la prima nota, la prima lettera di quel “time” dalla i prolungata per farsi travolgere dal vecchissimo successo degli Stones e dall’amore.
Ma all’assenza doveva abituarsi, lo ripetè nella sua mente, mentre dalla porta della stanza da letto si apriva uno scorcio dritto sul cuscino, vuoto e che sarebbe rimasto tale.
Certo non poteva dire che quell’uscita di scena fosse improvvisa o inaspettata, da tanto tempo se lo ripeteva, come un esercizio
- Per essere pronto quanto succederà -
Si diceva, ma in cuor suo sapeva che non lo sarebbe stato pronto e ora poteva dire che aveva ragione. Ma intanto, spesso, si era ripetuto che quel giorno sarebbe arrivato ed altre spalle, altri cuscini, altri respiri avrebbero fornito riposo, desiderio, essenza.
Il passo pesante della vicina che cominciava a calpestare pesantemente il cemento del cortile gli fornì un appiglio per non sprofondare nell’angoscia. Strideva la pesantezza di quel passo, che sembrava battere il tempo come un vecchio ussaro un po’ ebbro appena sceso da cavallo, con la voce stridula che al telefono con chissà chi ripeteva ossessivamente un nome, sempre lo stesso, e scandiva una lunga teoria di psico-farmaci.
Questa volta non ci sarebbe stato ritorno, il tempo delle illusioni era passato ormai da molto per poter fantasticare di volti affranti e di porte che si riaprivano.
Decise di uscire ed avviarsi verso il mare.
Mentre ruotava la maniglia quasi immaginava un’altra stagione tanto che rimase quasi stupito nell’accorgersi dell’aria ancora calda che lo investì.
La città si acquietava pian piano persa dietro aromi di focacce appena sfornate, di basilico e di uova fritte.
Il mare sciabordava tenuemente, si poggiò alla balaustra di ferro spesso e posò il mento tra le sue mani.
Una nave da crociera disegnava il suo profilo in lontananza, decise di immaginare che per mare il suo amore si allontanava e, anche se si sentiva estremamente stupido, accennò un saluto proprio mentre qualcosa di umido rimbalzava veloce sulle sue guance.
La pace incombente nel cuore
Posted by Francesco Saverio Simone INSTABILI EQUILIBRI 09:50di Natty Patanè
Ogni singolo disegno, ogni singolo graffio si muoveva imperlato di sudore, tutte le scritte tatuate sulla schiena sembravano animarsi in un sussulto quasi silenzioso, solo il respiro ritmava un suono che accompagnava tutto quel fluire di sensazioni che, in quel momento, pensavi irripetibili. Così lo immaginavi, inarcato e con gli occhi socchiusi mentre gli stringevi la mano che ti cingeva e ti sfiorava le labbra, e poi furono baci e parole interrotte e la voglia, inspiegabile, di piangere con nella gola il suo sapore che si mescolava alla paura che potesse essere l’ultima volta che il suo odore lambiva ogni tuo pensiero.
Dopo, ma molto dopo, poggiavi la testa sulla tua mano facendo leva con il gomito per guardarlo mentre si addormentava, il tuo sguardo era una carezza su tutto il suo profilo e, forse, assumeva un contorno materiale che si fece percepire, così, senza neanche aprire gli occhi Ian ti prese la mano e si fece abbracciare in un gesto che avrebbe ripagato eserciti di solitari e abbandonati.
Poi vinse il sonno, vinse sulla voglia di guardarlo fino a sfinire gli occhi, sulla necessità di fissare ogni singolo respiro nella vista, nell’udito e in ogni possibile senso, e nel sonno apparentemente si placò quella strana emozione che già nella tua infanzia ti vivevi con angoscia ogni volta che pensavi che qualcosa stesse per finire.
Alle volte anche in gennaio il sole si apre in sprazzi d’oro e, quasi ironicamente, il giorno dopo era uno di quelli. Verso il lavoro non potevi certo non notare che sembrava fosse bello, il giorno, il giorno che lui stava lì, nel tuo letto come ad aspettarti al rientro. Spogliatoio, camice, carrello tutto assumeva un contorno irreale, come in quei video musicali in cui chi canta cammina in strada, magari con le mani in tasca e un cappuccio di felpa calato fin quasi sugli occhi e il passo sembra lieve, quasi che da un momento all’altro si dovesse cominciare a volare e certo mica potevi smetterla di pensare che forse era troppo, troppo bello, troppo tenero, troppo di tutto per te.
In una stanza i soliti due che quasi litigavano interpretando ogni singola parola e cercando giustificazioni per usarne una piuttosto che un’altra, dalla porta successiva un vocione chiamava un collega suscitando il sorriso di una giovane mamma che nella stanza accanto, per un attimo lasciava il pensiero dei figli da capire e accompagnare.
Tu scorrevi come se anche tu avessi le ruote sotto i piedi come il carrello che spingevi insieme al tempo che ti separava dal rientro e dal suo sorriso.
Che poi sempre, o quasi, il fermo da compimento alle attese e finalmente il percorso inverso ti portò a girare la chiave nella toppa e trovarlo dove di solito trovavi il vuoto e morbide erano le labbra e la barba corta e incolta.
Oggi guardi cose, leggi parole, senti suoni e ti ripeti che quella frase così tanto abusata dell’attimo da cogliere la senti così tanto tua e ti bei del vivere ogni istante come se fosse compimento di vita e scritto in una lingua che solo voi due parlate e che nessuno potrà mai tradurre senza che lasci per strada il significato più vero di quei brividi, di quel respiro, di quei segni tatuati.
E ora, mi saluti, ogni mattina incontrandomi con l’aria di chi, ancora, si ostina a voler vivere con la pace incombente nel cuore.
Come piccole scintille
Posted by Francesco Saverio Simone INSTABILI EQUILIBRI 12:21di Natty Patanè
Sul balcone di fronte l’ennesimo Babbo Natale cercava inutilmente di scalare il vuoto mentre luci intermittenti scrivevano auguri sulla vetrina accanto.
Guardò al di là dei vetri, come se potesse scorgere qualcuno che dovesse arrivare da un momento all’altro o qualcosa che potesse materializzarsi improvvisamente, in realtà sapeva benissimo che per quella sera niente di tutto ciò si sarebbe verificato, e a dire il vero di stranezze quella giornata gliene aveva riservate già abbastanza.
Il mattino aveva aperto con il suo accenno di freddo e aveva ricordato a tutti che in fondo era proprio tempo di proclamare la venuta dell’inverno, quasi contemporaneamente il risveglio aveva interrotto quel suo strano viaggio a ritroso durante il quale aveva varcato la porta di un bar e li aveva cominciato a raccontare al viso conosciuto e sorridente di quell’antico amore dei suoi dubbi e delle preoccupazioni che stava vivendo, poi aveva conosciuto quello che fino a quel momento era solo un nome, e si erano abbracciati, affettuosamente come due vecchi amici che si rivedono dopo molte traversie, ma quelle immagini in qualche modo rassicuranti si erano interrotte nella luce del giorno che amplificava il silenzio.
- Ecco, oggi farò…. –
E cominciò a sciorinare nella mente una lunghissima lista di cose che per metà avrebbe già dimenticato dopo l’ultimo stiracchiamento e per l’altra metà avrebbe rinviato a data da destinarsi per lasciarsi andare all’ozio del festivo.
- Devo scrivergli, erano anni che non lo sognavo, voglio proprio scrivergli, o forse meglio no, magari chissà che pensa, però vorrei farlo –
E mentre ripensava alla sensazione di pace che improvvisamente si era diffusa in quello che fino a quel momento era stato un incubo si ritrovò con le dita sulla tastiera e in qualche istante il messaggio era bello e partito.
Era stato inutile cercare di fermare i pensieri, in pochi era un’invasione di ricordi, di istanti, di immagini che ripercorrevano gli ultimi anni della sua nuova e così antica vita.
Il Babbo Natale stava ancora li penzoloni, con il suo sacco smorto e floscio, il telefono risuonò di un messaggio e il suono portò un cauto sorriso, lesse mentre le dita sfioravano un foglio A4 zeppo di valori di analisi, un sorriso e qualche istante di distrazione, rispose dosando ogni parola per non perdersi quegli istanti di calore, poi accese la musica e corse a cercare la canzone che da giorni risuonava nelle orecchie, improvvisamente ascoltò una delle frasi e si convinse che forse per quello le era rimasta in mente “ … it’s just a spark but it’s enough …” e nel suo accontentarsi sentì la necessità di socchiudere gli occhi che, forse, bruciavano
La classe (la cena II°)
Posted by Francesco Saverio Simone INSTABILI EQUILIBRI 12:24di Natty Patanè
Sottofondo musicale consigliato:
Hotel California – Eagles
In the lonely hour – Sam Smith
November rain – Guns n’ roses
Si era fermato dietro i vetri, guardando, non visto, le sagome. Gli tornò in mente il pomeriggio, il centro commerciale e il negozio dove cercando un foulard si era imbattuto in una strana signora. Aveva circa ottanta anni, piccola, con morbidi ricci bianchi che mettevano in risalto degli immensi occhi resi ancor più grandi dalle lenti degli occhiali, si guardava allo specchio sorridendo, poi gli aveva rivolto la parola:
- Lei è siciliano? –
- Si –
le aveva risposto garbatamente, mentre lei, scuotendo piano la testa se ne era uscita con un:
- Non ci credo, non può essere –
Per un istante ebbe paura di dover riconquistarsi la sua appartenenza, come se quella sensazione di necessità di riappropriarsi del proprio passato, quella sensazione che lo accompagnava sempre nei sui rientri sull’isola e che quella volta pulsava ancor di più, potesse nascondere un qualche cambiamento, quasi fisico, che gli altri potevano notare, come una strana patina che lo colorava dei colori del continente sbiadendo quelli isolani. Ma durò poco, perché quella stava già parlando con Greta, aveva voltato le spalle allo specchio
- Signorina non mi posso guardare allo specchio che mi viene da ridere! –
Diceva in preda all’ilarità
- Lei non si preoccupi, guardi dall’altra parte –
Fece in tempo a dire Greta prima che una signora si avvicinasse e dolcemente dicesse
- Mamma vieni dobbiamo andare –
Dietro il vetro della sala si sentiva un po’ come se guardasse qualcuno che gli somigliava ma che non era lui e la somiglianza gli rendeva la cosa più buffa e gli faceva venire da ridere.
- È meglio entrare – si disse
In realtà oltre la vetrata si apriva una terrazza che perdeva lo sguardo sul mare e le luci delle frazioni marinare.
- E tu chi sei? –
Nella penombra solo la voce lo aiutò a capire che Laura non lo aveva riconosciuto
- Abbiamo lo stesso cognome e neanche mi riconosci? –
- Sebastiano! Sei tu certo! –
Intorno alcuni volti assolutamente riconoscibili, altri più cambiati dagli anni.
Un sottile cuneo tra mare e il cielo ferito da un segno rosso incandescente di lava si aprì nel tempo e in pochi istanti Sebastiano ci scivolò dentro, trascinandosi dietro i compagni di classe.
Scivolava come quando si lasciavano andare su buste di plastica sulla neve etnea.
Prese per mano la sua amica Elettra memore dei loro trascorsi che li avevano visti attraversare insieme elementari, medie e liceo, chiusero gli occhi e sulle immaginarie pareti rividero gli anni.
Scivolava, seguito da insegnanti, ingegneri, finanzieri, carabinieri, impiegati vari, medici e fu come un ritrovarsi nell’autunno del 1982, illuminati dalla notte e dalla bellezza dei loro 17 anni.
Galleggiavano nell’aria facce, frasi, fotografie che a turno afferravano.
Ora Giada con i suoi occhi ancor più luminosi di un tempo che sembrava appena uscita da un film romantico, bella e splendente.
Ora Dario, con gli occhi che si stringevano mentre sorrideva, che aveva lasciato sul tavolo il suo arrosto.
Una frase per Giuseppe.
Una foto tra le mani di Carmelo.
- E Simone? Quando arriverà Simone? –
Si chiese Sebastiano, ma fu un attimo e poi continuò a farsi trasportare vorticosamente, era come uno di quei videogiochi che suo figlio giocava da piccolo, nei quali il protagonista si ritrova su un carrello di miniera che corre, corre e non si sa dove va.
Vicina Gladis, un abbraccio, gli stessi occhi venati di tristezza dietro gli occhiali e la sincera felicità di rivedersi dopo le personali traversie.
Durò qualche ora la traversata del tempo, interrotta dalla foto di gruppo come quei due anni in cui la loro classe fu bloccata in immagini.
Durò qualche ora e dimenticò vecchi screzi portando alla luce solo la vitalità di un gruppo ancora intatto nella voglia di ridere e vivere.
- Uguali, mi sembra di risentirci esattamente come eravamo –
Disse Sebastiano chiudendo per un attimo gli occhi e concentrandosi sulle voci che gli apparvero straordinariamente identiche, come se fossero solo camuffate da quei volti che ritrovava con qualche difficoltà dopo trenta anni.
Poi rivide l’irrequietezza di Carlo, sempre in moto, e del quale rivedeva quel suo improvviso mettersi il pollice in bocca, ci scambiò qualche frase, breve, come quelle dette sulla vespa ormai ridotta a rottame.
- Adesso andiamo tutti in piazza dello stadio –
Quando Giada li chiamò si rese conto che da un pezzo era passata la mezzanotte e non si era assolutamente reso conto.
- Che andiamo a fare li? –
Chiese senza aver risposta
Risalì in macchina con Elettra, sorridenti. Si diressero verso il chiosco della piazza, famoso per le bibite fatte con il seltz e gli sciroppi multicolore.
L’indomani sarebbe ripartito, forse per quello, forse per le lunghe chiacchierate di quei giorni che lo avevano aiutato a rimettere qualche frammento della sua vita nei giusti posti, si sentì improvvisamente esausto e triste, il cd che aveva in macchina non lo aiutava con la voce soul emergente che lanciava parole di solitudine, fortuna che arrivarono presto e neanche il tempo di chiedersi per bene cosa sentisse che Giada gli porse un bicchiere colmo di bollicine verdastre
- Mandarino –
E sorrise, ancora una volta
- Non potevo essere diverso, Giada, mi dispiace veramente –
Avrebbe voluto dire, ma era conscio che non era il posto adatto inoltre Giada adesso sapeva, e aveva capito e, forse, lo aveva anche scusato.
Il cielo era ovviamente stellato.
La piazzetta era ormai un parcheggio con basole laviche dove prima il cemento gli aveva permesso lunghe partite a pallone con gli amici.
L’estate si avviava a vivere i suoi giorni più intensi, Sebastiano, probabilmente, ne aveva già vissuti di splendidi.
La cena
Posted by Francesco Saverio Simone INSTABILI EQUILIBRI 04:10di Natty Patanè
sottofondo musicale consigliato: "Not in that way" - Sam Smith
Sebastiano passò due dita sul vetro, una curva disegnò una parte del suo viso tra il vapore, peli grigi, qualche ruga, occhi verdi, gli stessi, forse.
Aprì la finestra per bene e aspettò qualche istante che il cambio di temperatura lo facesse riemergere. Nel silenzio gli sembrò di sentire il suo respiro, ritmico, ipnotico a cullarlo, vi si lasciò andare e si fece trasportare in un tempo in cui l’immagine che vedeva era ben altra e, nel chiedersi chi avrebbe rivisto quella sera, chi avrebbe riconosciuto, cominciò a ripetere a se stesso:
- Trenta anni –
Sciolse l’asciugamano che teneva ancora in vita e cominciò a frizionare i capelli, quasi sorrise ripensando a quando erano un fiume riversato sulle spalle, grondanti, lunghi e ondulati e per asciugarli ci voleva quasi un’ora di phon o un bel giro in vespa, magari lasciando guidare qualcun altro per litoranee e lungomare, per tornanti contornati di blocchi lavici e rettilinei che ferivano agrumeti schiusi all'olfatto nelle notti estive.
Crema dopo barba, spalmata, piano, occhi ancora arrossati dallo shampoo, uscì dal bagno, ciondolò un po’ tra valigia e sedie dove aveva sparso una parte del suo bagaglio poi distrattamente prese dei vestiti e li poggiò sui cuscini mentre i suoi occhi si posarono ancora sulla vecchia foto, un rampicante aveva aggredito pesantemente la balaustra di ferro battuto, sfiorando il terrazzo, le mezze colonne in pietra ospitavano i gomiti colorati di felpe e tute, sette ragazzi sorridevano guardando in giù, evidentemente qualcuno era sceso e ai piedi delle scale li fotografava, si riconobbe nel ciuffo morbido di capelli e nell'espressione triste quasi cancellata dal tempo, accanto a lui Giada sorrideva. Oggi era quasi identica, stesso modo di sorridere, forse lievemente venato della rabbia degli anni, ma ancora pieno e comunque tenero. L’acqua ferma e blu della grande vasca rimbalzava su loro due una sensazione di calma che strideva con il silenzio di tanti anni che stavano squarciando.
Rigirò ancora un po’ la foto tra le dita, forse anche Dario sorrideva, sicuramente sorrideva Carmelo, questa sera li avrebbe rivisti, almeno così gli aveva detto Giada, ci sarebbero stati.
Dalla custodia grigia tirò fuori il suo profumo preferito, poi indossò l’orologio e, infine, il bracciale nero,
- chissà cosa penserebbero i miei vecchi compagni di scuola se sapessero chi me lo ha regalato -
pensò ironizzando sui suoi pensieri, poi lasciò la stanza poggiando il giubbotto sulla spalla e andò a ritirare la sua macchina dal garage, bianca, come la sua prima 500 scassata che si arrampicava per le stradine di montagna quando in autunno, insieme ai soliti compagni andavano a raccogliere castagne finendo poi a far le lotte fra le foglie morte. Avrebbe avuto voglia di una capote da aprire ma la sua attuale macchina non ne aveva, si accontentò così di una banalissima aria condizionata che lasciò al minimo per non disturbare troppo la musica che aveva scelto per farsi accompagnare alla cena, dall’albergo al locale che qualcuno aveva scelto. Malgrado gli anni gli sembrava di riconoscere ogni angolo, magari cambiati i colori, la destinazione degli immobili ma immutata la forma della città, stanca e malinconica come una anziana che guarda le auto passare dietro ad un vetro di finestra. Via Galatea, il viale, i semafori, la litoranea e le luci che a destra disegnano tutta la costa, alzò il volume fino a far vibrare il sedile, quasi a cancellare ogni rumore che potesse ricordargli la data e distoglierlo dalla fantasia di rituffarsi nel passato, per un attimo, per quel breve attimo che la solitudine prolungava e rendeva senza un limite ben preciso.
Poi improvvise, le luci della sala, profili che lasciavano intravedere i ragazzi che erano stati e che non erano più
la vita tra i R.E.M. e Bowie
Posted by Francesco Saverio Simone INSTABILI EQUILIBRI 14:09di Natty patanè
Talvolta libri ingialliti dal tempo si lasciano aprire e, soprattutto se ci sono appartenuti in adolescenza, schiudono mondi dove i ricordi inseguono le malinconie che inseguono la tenerezza che insegue il giorno che si spegne.
Questo pensava Sebastiano mentre guardava la foto che gli era finita tra le mani. Giada sorrideva ficcata in un maglione che lui riconobbe come suo, sullo sfondo il mare. Un po’ sbiadita ma in fondo neanche troppo, custodita e protetta dagli attacchi degli anni dalle pagine del libro di letteratura italiana.
- Venti? Trenta? Meglio non contare gli anni –
Si disse e ancora una volta si stupì di come gli sembrasse tutto così vicino. Sfogliò le pagine, pochissimi segni visto che non aveva mai avuto l’abitudine di sottolineare, solo, in seconda e in terza di copertina, la firma di Giada che ogni tanto, ricordò, gli sostituiva il puntino sulla i con un cuoricino.
Ripose la foto tra le pagine sorridendo, la sua playlist suonava i R.E.M ma malgrado la loro “sad professor” decise che la tenerezza doveva vincere la corsa sulle altre sensazioni e cominciò a canticchiare. Come in quel tempo staccò un foglio a quadretti e cominciò a schizzare geometrie improponibili. Il tempo scivolò inesorabilmente ancora indietro e lasciò scoperto il ricordo degli sguardi e i colori di quell’autunno dell’82 quando i mondiali di calcio si erano ormai spenti e i sogni si incarnavano nelle illusioni dei primi talk show e degli show televisivi con le risate registrate di sottofondo. L’estate si era chiusa da un pezzo come il tetto del cinema che l’anno dopo lo avrebbe visto disperato e indeciso guardare un affascinantissimo David Bowie in “Miriam si sveglia a mezzanotte”. Gli sembrò di risentire lo stesso vento che entrava dalla capote aperta della sua vecchia due cavalli
- Spegniamo il ventilatore prima che mi becchi un raffreddore! –
Sussurrò a se stesso.
Guardò distrattamente i suoi disegni e quasi gli tornò alle orecchie la voce di Simone
- Basta ca tieni na matita ca subito parti a disegnare!-
Ma quello era un altro Simone, era quello su cui rimbalzava il suo sguardo quando spezzava i suoi sogni e avrebbe voluto darne metà per uno a lui e a Giada.
- Quanto tempo per capire, anzi, per decidere di aver capito finalmente, non riuscirò mai a fingere con nessuno così tanto come ho fatto con me –
Pensò, prima di decidere che non era tempo, non era più tempo per l’amarezza, solo per la vita e immediatamente si riportò l’immagine di Michi che la notte precedente canticchiava le canzoni dance della radio e mentre lo guardava sollevava il bacino ondeggiante, facendo leva sui piedi e sulle spalle sul sedile, forte dei suoi venticinque anni
Piero C. e la marcia di Radetzky
Posted by Francesco Saverio Simone INSTABILI EQUILIBRI 12:25di Natty Patanè
sottofondo musicale consigliato: "Love is all around" - The Troggs
Gli effluvi del caffè appena tostato si insinuavano tra i mascheroni barocchi dalle bocche digrignate nell’immane sforzo di reggere i balconi di pietre laviche.
Sembrava che il sole fosse riuscito improvvisamente a proiettare i suoi raggi sulla sommità dei palazzi. La città affrontava un nuovo giorno, Sebastiano anche.
- - Stanotti a muntagna sunava! -
Una voce sulla via che si apre verso il duomo, i capelli gonfi di lacca sormontavano una maglia multicolore sui jeans con una zampa spropositatamente larga.
Sebastiano camminava incurante e attento a seguire il percorso immaginario tra i lastroni basaltici della strada, buchi, avvallamenti, macchie, si animavano nella sua mente e parlavano di cose semplici, di vite serene, di cose che lui conosceva poco.
-
- Con la testa in alto devi camminare, come camminava tuo padre -
Gli ricordava il nonno, ma Sebastiano non ci riusciva, era troppo importante seguire il filo della fantasia, rincorrere le figure che si materializzavano, le immagini di case, di sorrisi. Assorto oltrepassava il benzinaio dove ogni tanto gli comprvaano qualche modellino di auto.
Corso Umberto si apriva austero, svuotato dal “passeggio” della domenica pomeriggio, i bar sfornavano brioche col tuppo sistemando i pozzetti colmi di granite, le auto dimenticavano in fretta le giornate di austerity.
- Tra poco cominceremo a mangiarla la domenica mattina -
Gli disse il nonno accortosi del suo sguardo mentre una Diane molleggiava morbida sull’asfalto.
Sebastiano annuì e continuò a giocare con le ombre e i solchi del marciapiede era proprio come quando qualcuno lo accompagnava alla Villa Belvedere e, prima di spezzettare “‘nciminatu” ai cigni, insieme cercavano i pezzi di marmo che a mosaico formano un pinocchio, tasselli che si ergevano a forme nuove.
Un rapido saluto al nonno e le scale rapide lo inghiottivano portandolo alle classi, ognuna separata dalle altre da pareti di spesso vetro.
Il cortile si apriva assolato e Sebastiano sapeva che li aspettava per le noiosissime prove di coreografie astruse sulle note della marcia di Radetzky.
Terzo banco della prima fila, mentre si sedeva arrivava anche Piero che gli sorrideva sotto i suoi occhiali dalle aste dorate e lo salutava con quel suo accento strano che presto lo avrebbe riportato a Bari. Piero gli raccontava sempre di giochi di bimbi e continua ad invitarlo a casa sua, ma, malgrado la sua enorme voglia, Sebastiano non lo diceva neanche a casa imparando già da allora l’arte del far silenzio quasi a non potersi permettere di voler bene.
- Nel ’74 siamo! -
Esclamò sorridendo una maestra nel corridoio.
Negli anni, il cognome, a quel tempo così strano, di Piero, diventò sempre più comune, diluendosi nel silenzio da cui riemerse, così per caso, urlato da due ragazzini che si inseguivano sul lungomare di quella Bari un tempo così lontana e sconosciuta.
Ma nel ’74 i nomi erano silenziosi e si sperdevano tra la cera per pavimenti e le note della marcia ripetuta ossessivamente sotto il sole di metà maggio.
Il mare degli appuntamenti
Posted by Francesco Saverio Simone INSTABILI EQUILIBRI 12:17di Natty Patanè
Alla fine della strada, incastrato tra due villette, uno spicchio di cielo abbandonava rapidamente l’arancio per darsi un tono di seriosità degradante verso il viola.
Era uno di quei momenti in cui tutto sembra richiamarti ai bilanci e invece Carla avrebbe voluto spalancare le braccia e cominciare a ruotare come si vedeva in certi video musicali degli anni ’80. Magari con un sottofondo in crescendo dal tipico ritmo coinvolgente, insomma una ballata tutta corde e percussioni e fiati sul finire. Invece decise di farlo.
- Adesso devo proprio –
Si ripetè sottovoce mentre si avviava verso il centro, il passo era deciso mentre stringeva i pugni nelle tasche del cappotto rosso che non aveva mai voluto indossare
- Troppo appariscente –
Diceva sempre alla sorella che la rimproverava
- E già perché invece tu vorresti essere trasparente! –
E normalmente se ne andava oscillando il capo come faceva fin da bambina quando litigavano per qualche gioco.
Così mentre il cielo perdeva i suoi ultimi colori caldi, effluvi marini scivolavano per le strade del centro. Una fila di tre quattro bambinetti correvano sul marciapiedi facendo lo slalom tra pali e sedie dei bar, uno la urtò senza girarsi, a Carla apparvero buffi
- Come folletti che percorrono correndo sentieri muschiosi –
Risuonò nella sua mente un pezzo di una filastrocca, poi guardò l’orologio e si accorse di essere in anticipo.
- Ristretto per favore –
Poggiò la sua borsa nella sedia accanto alla sua e cominciò a scrutare i passanti nel tentativo di riconoscere per tempo chi l’avrebbe aspettata di fronte alla vetrina della libreria.
- Ecco sarà lui –
Si disse sorridendo alla vista di un anziano signore, distinto con al guinzaglio un cane dall’albero genealogico quanto meno discutibile
- No, non può essere, troppo ferrato nella musica dei mie tempi, ecco potrebbe essere quello con la felpa con cappuccio nera, troppo giovane? –
Sorrise al cameriere serissimo che le porgeva il caffè dal vassoio rosso un po’ graffiato e gli consegnò i soldi
- Sono sicura! È lui –
Quasi indicò un uomo alto, un po’ stempiato, dalla giacca di velluto verde scura.
- Grazie, buona sera –
Si avvicinava l’ora dell’appuntamento, Carla diede uno sguardo verso il porto dove un affare galleggiante a cui lei non sapeva dare neanche il nome sfoggiava vele e cromature, strinse la cintura alla vita, alzò un po’ il bavero e si avviò verso casa.
- Adesso devo proprio –
Si sentì leggera e non guardò più i passanti. Lasciando lo sconosciuto al suo appuntamento mancato
- Non sono più una ragazzina –
Ripassò uno ad uno i nomi degli amici che in quegli anni aveva perso e tirò una boccata dalla sigaretta appena accesa, scuotendo indietro la massa dei suoi capelli che un tempo Simone carezzava
- Secondo me quelli di Adele sono meno lucenti –
Pensò con un cenno di soddisfazione mentre da un jeans a vita bassa che deambulava a pochi passi da lei faceva capolino una scritta incomprensibile ma tatuata in elegantissimi caratteri blu.
- Adesso devo proprio -
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