Parliamo di PROSSEMICA VIRTUALE ...

di Patrizia Lùperi

Ospitiamo nella nostra stanza virtuale un racconto breve della giovane scrittrice Alessandra Sciacca Banti dal titolo "Spazio vitale"

Stamattina, come tutte le mattine, mi sono alzata alle 6 per andare al lavoro come responsabile della comunicazione di una casa farmaceutica. Devo dire che da quando è entrato in azione il nuovo direttore dell'Azienda per i trasporti cittadina, le cose vanno meglio. Io sono una fanatica del diritto al benessere e alla salute. Credo di esserlo diventato dopo che da quattro anni mi occupo di inchieste sulla salute umana, pubblicizzo medicine, tengo contatti con i professori universitari e medici ospedalieri, curo la redazione di opuscoli specialistici o divulgativi, brochure per convegni scientifici. Tutto per difendere il diritto alla salute. Certe volte si tratta anche di business e di mentire, inventare, manipolare. Questa storia del controllore dello spazio vitale mi sembra giusta nei fini: dare la possibilità a ogni viaggiatore di stare tranquillo e non subire aggressioni di qualunque tipo siano, anche batteriche.

Tuttavia non mi piace che il controllore, che ogni mattina è sempre lo stesso, con il soprabito nero e la valigia con quella specie di metal derector, venga a misurare lo spazio che c'è tra i viaggiatori come se fosse il padrone della metropolitana. I viaggiatori non lo sopportano e ognuno ha sempre un'aria più infastidita di quando si doveva fare attenzione a non pestarsi i piedi.La metropolitana è diventata più grande perché il sindaco ha messo a disposizione i fondi per l'ampliamento, un ampliamento fantascientifico, per migliorare la qualità del servizio. La qualità è davvero migliorata? I viaggiatori hanno volti tristi all'apparire del controllore.

Io sola sono soddisfatta, ma per deformazione professionale.

Posted by Francesco Saverio Simone on 01:42. Filed under , , , . You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0

5 commenti for Parliamo di PROSSEMICA VIRTUALE ...

  1. Alessandra aspettiamo nuovi tuoi racconti, non ti fermare, la scrittura è necessaria...
    maliposa

  2. Da quando son stata grande abbastanza per andare in giro da sola, temo di aver trascorso un quarto della mia esistenza sugli autobus, due quarti ad aspettarli alle fermate, infreddolita o accaldata o bagnata come un pulcino sotto piogge torrenziali.
    Vorrei dar voce ad un a specie di sindacato per noi, disillusi fruitori di questo pubblico servizio.
    Ma non son qui per crear polemiche su un argomento così delicato. Piuttosto crdeo che viaggiar sul bus ti tempri le ossa come poche altre azioni quotidiane. E' vero, ci sono anche i treni che ti tolgono un bel po' di energia, ma volete mettere una stazione con tanto di bar (è bello affogare il proprio malcontento per un ritardo tuo o del treno in un bel cappuccino o un gelato), toilette almeno per lavarsi le mani e darsi un'occhiata allo specchio, edicola e tutte le altre strategie per far sperperare denaro ai viaggiatori.
    Ma avete mai guardato con occhio critico le fermate degli autobus? Senza uno straccio di posto per sedersi e dimenticare il tempo che si sta perdendo immergendosi in un libro od un giornale, senza ombra d'estate o riparo da pioggia l'inverno. Che desolazione.
    Quando finalmente arriva il numero tanto atteso (lo si scorge da lontano con occhio miope e speranzoso) si deve pregare, nell'ordine: 1)Che il conducente ti abbia visto 2)Che si riesca a salire (non è da escludere che nelle ore di punta i robusti adolescenti che tornano da scuola, piantati e pigiati davanti alle entrate, si scostino e ti lascino entrare. 3)Non trovare l'immancabile vecchietta che ha voglia di chiacchierare (per carità, mi piace parlar con loro, ma spesse volte ti rimbambiscono con discorsi su salute e cibo: di prima mattina!).
    Insomma una vera Odissea, sulla quale prima o poi scriverò un racconto intitolato: "Le sorprendenti avventure e disavventure viaggiando in bus".
    Ariel

  3. Autobus? no grazie. Mi evoca ricordi di corpi sudaticci, di odori aggressivi, di voci sgradevoli imposte di prepotenza alle mie orecchie, di uomini giganteschi per me bambina che frugavano furtivamente il mio corpo sotto lo sguardo indifferente dei passeggeri.
    Bici? si grazie. Vento e pioggia tra i capelli, libertà, il pedale è il mio docile servo, e mi sento padrona del mondo e di me stessa.
    Per lo meno quando cavalco il mio cavallo a due ruote. Quando ne scendo è un altro discorso...
    Yammy

  4. Forse sarebbe preferibile camminare, passeggiare, magari correre da soli od in compagnia...e riscoprire il gusto di scegliere con chi fermarsi a parlare, riscoprire il rapporto personale in un mondo ormai proiettato verso il virtuale
    Klein

  5. nelle etichette io metterei: tempo fisico, tempo mentale, tempo virtuale, .... deformazione professionale, forse.

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