Quando un leggero refolo di tramontana avvolgeva la casa del padre


di Giovanni Caserta

Con questo lunghissimo titolo, Vincenzo Jacovino torna al pubblico dei suoi lettori. Sono passati non pochi anni dalla produzione in versi e in prosa che accompagnarono, nel tempo, la sua produzione letteraria. Nella presente pubblicazione egli conferma la sua particolare vena artistica. Uomo di scienza, e quindi interessato alla comunicazione, se ha fatto, di volta in volta, ricorso ora al verso ora alla prosa, egli non ha rinunziato al colloquio, cioè al linguaggio aperto, né ha usato i due generi come alternativi, quasi l’uno escludesse l’altra. Si vuol dire che i confini fra la prosa e il verso, in lui, sono molto labili e indefiniti. La poesia, infatti, sconfina nella prosa, naturalmente tendendo al racconto.
Le liriche, perciò, si fanno piuttosto lunghe, discorsive, a schema aperto, con successione irregolare e libera. Lontane ascendenze si possono trovare presso la poesia crepuscolare, presso Saba, presso Pavese, o, fuori dell’Italia, presso Whithman, o Baudelaire, anche se, di questi ultimi, non c’è il senso disperato e la durezza. La prosa, intanto, tende a farsi lirica.

Immerso nel suo mondo meridionale, c’è stata peraltro, sempre, in Jacovino, una particolare attenzione alla realtà sociale, al Sud, cui si avvicinò sempre con un gran senso di pietas, ieri pieno di speranze, oggi assolutamente disilluso. Anche per questo Jacovino, uomo impegnato, non rinunzia a parlare al lettore, ovvero a rappresentargli, con chiarezza, i suoi accorati sentimenti riguardo al mondo che lo circonda. Alla poesia-racconto, in definitiva, corrisponde il racconto-poesia. Naturalmente, a distanza di molti anni, è venuta meno la speranza, che si poteva nutrire nei decenni passati, fino al 1970-75, cioè fino all’esaurimento della ondata della ricostruzione e, poi, della contestazione giovanile. Oggi, complice l’età non più giovane, quando chiaro è il quadro di un Sud spopolato delle sue migliori energie (fra le quali sono i figli di Jacovino), e mentre evidente è lo stato di abbandono e di degrado economico, sociale e morale, il canto si fa disilluso, dolorosamente memore degli anni che furono, che, se non altro, almeno sul piano umano, offrivano, insieme con la speranza, anche molte condizioni di consolazione e conforto esistenziale.

Le liriche e la prosa della presente raccolta, di fatto, sono unite da uno stesso sentimento di rimpianto per una “umanità” perduta. Da un lato, è la casa del padre, il mondo del vicinato, la madre, ultima custode, “porta Napoli”, il Mare Piccolo e quello Grande, limpidi, con all’orizzonte un cielo terso e azzurro, oltre il quale era possibile immaginare mondi diversi e nuovi da percorrere, dall’altro c’è, invece, una “chiazza d’asfalto”, sempre ricorrente, in contrapposizione alle “radici”, all’erba del prato, agli alberi, ai giochi nella strada, alle barche variopinte dei pescatori, all’infanzia-adolescenza, calda di affetti e di sogni. Oggi c’è un mondo irrimediabilmente stravolto. Il mare è sporco, il ponte di pietra è rigido e freddo, l’ immondizia e molte chiazze oleose galleggiano sul Mar Piccolo e su quello Grande, e persino sul fiume Galeso, cantato da Orazio. Non soffia più, insomma, il refolo vivificatore e purificatore della tramontana.. C’è, invece, un’aria pesante, greve, oppressiva, su cui permane sola, e costante, la presenza dei gabbiani. I gabbiani di ieri, però, erano vivi, svettanti, rapidi, gioiosi, candidi; oggi essi planano lenti, sporchi, e pescano pesci morti, che, presto, disgustati, sputano via, cercando altri spazi e altro cibo tra gli ulivi. Qui bellissima immagine conclusiva, muoiono, lontani dal mare, cioè dal loro naturale habitat.

Si avverte, dunque, nel complesso, un senso di amara rassegnazione. Non c’è spiraglio di luce o soffio di vento che lasci sperare. Ciò è ben detto nei versi ondulanti e dal ritmo cantilenante; nella prosa, invece, pur non dissonante, come ispirazione, il procedere si fa, a volte, troppo insistente, lento, ripetitivo. Ciò che va bene in versi, infatti, non va sempre bene in prosa. Forse è il caso di dire che la prosa deve narrare eventi. Se però vuol rappresentare sentimenti, e diventare prosa lirica, deve meno indulgere alla lunghezza e avere il coraggio della rinunzia, cioè del taglio. Oppure deve avere la accortezza di individuare momenti e episodi, e ritmare il racconto con scansioni e variazioni spazio-temporali. Cosa che non c’è.

Posted by Francesco Saverio Simone on 07:35. Filed under , . You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0

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