Il ritorno alla narrazione di Vincenzo Jacovino


di Tommaso Mario Giaracuni

In opposizione al passato si può dire che oggi il critico è più vicino all'autore, egli diventa creativo insieme a lui, non esegue più il pezzo stereotipato da collocarsi in tutte le situazioni, altrimenti si cade in un linguaggio meramente pleonastico. E’ utile, invece, al di fuori da ogni schematismo formale, seguire l’itinerario umano e artistico del poeta ed evitarne la fredda scomposizione come fosse una macchina.
A ben riflettere cos’è la vita dell’uomo se non una serie di sfide a volte perdute e di speranze tradite, un postmodernismo che aziona con i suoi fili l’uomo-marionetta sbattuto tra capitalismo, diritti umani invocati e non rispettati; consumismo e velata democrazia dove non si sa chi detiene i poteri. Pur calati banalmente nel progresso tecnologico, si spera nella evoluzione della specie e, soprattutto, nella libera circolazione della poesia con le sue provocazioni e denunce pretendendo il rispetto, sempre, della parola, quale eco di un grido in bilico tra riscatto e coraggio, tra presente e passato mai passiva ma sempre riemergente con la sua essenziale funzionalità.
L’intuizione del poeta oltre la memoria. “It was a very good year” cantava Frank Sinatra e quasi sempre avviene, nel gioco evocativo della memoria, che i ricordi piacevoli possono essere, o diventano, perfino più dolorosi di quelli sgradevoli. E’ la logica della bellezza svanita che non è struggente, lacrimevole ed effimero vittimismo, anzi è il poeta che respingendo gratuite semplificazioni e accidiosi codici recupera e sa reagire al sovraccarico di segni spesso aggressivi da cui è bombardato.
Da questo distillato di considerazioni il passo è breve per scendere a consultare quasi terapeuticamente il nuovo libro dello scrittore appulo-lucano Vincenzo Jacovino, dal titolo corposo e significativo, “Quando un leggero refolo di tramontana avvolgeva la casa del padre” nelle sobrie edizioni Sensoinverso di Ravenna, arricchite dalle tavole dell’artista romano Umberto Ferrelli e da un ritratto eseguito a Jacovino dal materano Luigi Guerricchio.
Dopo anni torna alla narrazione breve Vincenzo Jacovino, poesia in poemetti e piccoli racconti, un incrociarsi di binari dove il treno o altro mezzo è una costante di questa metafora del viaggio: incontro di culture, di esperienze, di situazioni diverse. Una esemplare dimostrazione di scrittura densa e coinvolgente, una maniera personalissima di esporre pensieri e teorie, pur in un velato gioco autobiografico, per cui insieme alle altre numerose e importanti produzioni si staglia la chiara personalità dell’autore: figura letteraria di spicco a cavallo del fine e inizio millennio. La sua è una ricerca esistenziale che ingloba segmenti di protesta, egli non si piega su se stesso pur percorrendo un proprio itinerario in interiore hominis, proiettando, poi, luci sugli altri.
Umili ricordi diventano poesia” scriveva anni fa Giacinto Peluso.

Ci narrano i ricordi
…………………..
………………….
Ci narrano dei luoghi ove ….
……………………
Ci costringevano ad essere maturi
ancor prima che fiorisse il mandarlo.


Scrive tra l’altro Roberto Nistri in prefazione:

la memoria è altrove che avvolge il presente, ricordare è un’attività
senza fissa dimora, la scrittura si rivolge a un luogo che non c’è e dove
pure c’illudiamo di tornare … Jacovino fa parte a sé”.

Il ricordo della terra d’origine che ritorna col suo inevitabile sapore d’infanzia, un nucleo ideativo che caratterizza tutta la silloge a cui si saldano la magia delle cose ritrovate, il mito dei luoghi, la tarentinità e tutto si ricompone nell’equilibrio e nella misura evitando il pericolo dell’enfasi sentimentale e della retorica.
Non è espediente retorico quello di Enzo Jacovino: gli affetti, i luoghi, l’amicizia persino, a mio parere, l’elogio della Città Vecchia, andata ma non perduta, la sua evocazione assurge a metafora dell’esistenza. I racconti sono anche poesia, vibra l’animo poetico che umanizza il paesaggio e la cose, una traccia con cui recuperare quello che può salvarsi dall'ingiuria del tempo e, soprattutto, dalla distrazione e presunzione dell’uomo jonico che Jacovino tenta di scuotere con la sua rivelata e pregnante poesia.

Posted by Francesco Saverio Simone on 23:07. Filed under , , . You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0

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