Spirito di adattamento...
Posted by Francesco Saverio Simone 03:49Capelli struggenti
Posted by Francesco Saverio Simone libri a portata di mouse 13:34Franz Krauspenhaar è poeta anche quando fa prosa, ma quando scrive poesia tocca vertici di sublime bellezza difficilmente eguagliabili in questo asfittico Duemila letterario. Non credo che Franz si definirebbe uomo del Duemila, sono sicuro che come il concittadino Vecchioni opterebbe per la definizione di uomo del Novecento, secolo che ci rende orgogliosi di esserci nati per la grande fioritura culturale che l’ha caratterizzato. Krauspenhaar ha pubblicato nove romanzi, un saggio e cinque raccolte di poesie, tra le sue ultime operazioni intellettuali ricordiamo la pregevole collaborazione a una rivista culturale imprescindibile come Il Maradagal, ben diretta da Sara Calderoni. Capelli struggenti è una raccolta intensa e poeticamente uniforme composta da quattro sillogi: Momenti intimi - Strani momenti - La pertosse dell’anima - Complimenti, bistecche, laghi, il terrore, l’orrore, appuntamenti al buio, i capelli … Capitolo conclusivo affidato alle prose liriche del Gran finale con corse, violoncelli, merde, e i pezzi che ci compongono. Filo conduttore il pessimismo cosmico, il senso della profonda vacuità della vita, condito di sferzante ironia, quasi sarcasmo, che accompagna tenebrosi pensieri di morte incombente sui nostri giorni, compagna invisibile ma sempre presente, tale da rendere il poeta come un foglio giallo, sotto una biro che non scrive. Liriche che parlano di suicidio, angoscia, disperazione, mancanza d’amore, solitudine, assenza di speranza, viaggi verso terre lontane come la Thailandia, fratelli scomparsi in una feritoia della vita, madri ritrovate nel profumo di vaniglia, incubi che recano risvegli ansanti e sconvolti. Versi senza speranza come: Siamo tutti invecchiati/ non è stato difficile, il tempo/ ruba e scava dove trova, anzi trova/ sempre terra e detriti. Ma anche: In vent’anni non ho conosciuto nessuno/ ho incontrato migliaia di persone/ senza conoscere anima viva/ non sono solo, siamo in tanti/ ad essere soli. La morte immaginata come un’ultima birra, un domani che non avrà luogo, un’ultima pigione da pagare. E poi l’inutile estate, la prigione ad aria aperta, in attesa di un nuovo inverno, pronta a sfondare ogni residuo benessere, una disperazione che continua a perpetrare i suoi incubi e a diffondere dolore. Stupende le prose finali, a tratti persino bukowskianenella loro espressività diretta, senza fronzoli, ma sempre attente a conservare la musicalità delle parole. Concludo dicendo che Capelli struggenti - come ogni libro di poesia - si apprezza di più se letto a voce alta, declamato o recitato, come ho fatto questa sera prendendo mia figlia come cavia, che cercava un libro per addormentarsi. Ha resistito abbastanza, sino a La pertosse dell’anima, apprezzando le liriche e interrompendo per chiedere il significato di alcune parole. La poesia non è morta, come affermano certi soloni, sono i veri poeti che scarseggiano, oltre a mancare editori competenti e appassionati. Krauspenhaar e Saya sono una coppia che non delude. Confezione spartana e prezzo accessibile: 10 euro per un libro intenso e coinvolgente che ti fa venire voglia di affrontare subito una seconda lettura.
Franz KrauspenhaarCapelli struggentiMarco Saya Edizioni - Pag. 90 - Euro 10
Flussi e riflussi storici...
Posted by Francesco Saverio Simone 22:42INCIPIT è uscito!!
Posted by Francesco Saverio Simone 09:05Ordina e acquista la tua copia autografata qui:
RITRATTO DI UNA CITTA’ IN GRIGIO E NERO: LA PITTSBURGH DI EUGENE SMITH
Posted by Francesco Saverio Simone arte, COMUNICAZIONE E NEW MEDIA 08:45CONSIGLI DI FINE ESTATE DA SAURO SASSI
RITRATTO DI UNA CITTA’ IN GRIGIO E NERO: LA PITTSBURGH DI EUGENE SMITH
Bisogna anzitutto ringraziare Isabella Seragnoli, imprenditrice bolognese, a capo di un gruppo multinazionale di aziende di macchine automatiche per il packaging e sistemi di controllo ad alta tecnologia, incentrato sulla storica GD. La Seragnoli, oltre a numerose attività filantropiche rivolte all’assistenza di persone affette da malattie incurabili o disturbi alimentari, ha creato la Fondazione Mast, Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia che, oltre ad attività di welfare aziendale (asilo, mensa, formazione), ha realizzato un edificio nuovo, a ridosso della storica sede della GD, nel quartiere operaio di Santa Viola, che funge da museo interattivo dell’industria di innovazione, centro didattico per la creatività dei bambini (con laboratori condotti dal grande fotografo Nino Migliori), sale per congressi e proiezioni cinematografiche e sede espositiva per mostre dedicate al rapporto tra industria e fotografia. La direzione delle attività espositive è stata affidata allo svizzero Urs Stahel, che, dal 2013, ha dimostrato, con una serie di bellissime mostre, che il tema della fotografia industriale è tutt’altro che arido e che molti grandi fotografi vi si sono cimentati, da tante angolazioni diverse.
A mio parere la mostra attuale è la più bella finora presentata, perché riguarda uno dei più grandi fotografi di sempre: William Eugene Smith. Smith, statunitense, cominciò a fotografare molto giovane (era nato nel 1918) e si occupò di reportage, lavorando per riviste importanti come “Life”. In particolare, partecipò alla seconda guerra mondiale sul fronte giapponese, documentando la vita militare e riportando, nella battaglia di Okinawa, gravi ferite. Dopo una lunga convalescenza ricominciò a lavorare per le riviste, ma l’esperienza della guerra fece maturare in lui il desiderio di realizzare i suoi scatti con una grande partecipazione empatica e cercando sempre una documentazione che non fosse superficiale ma che esprimesse l’umanità dei soggetti. Si può dire che si muoveva un po’ all’opposto di un Cartier Bresson, che cercava di catturare la poesia di un attimo irripetibile. Smith, invece, cercava di congelare il tempo e di realizzare lavori che avessero un senso per la loro unitarietà, espressività, narratività. Pensava che per rappresentare il senso della sua opera occorressero una stampa perfetta, così come l’impaginazione, non curandosi dei tempi tecnici delle riviste e della loro necessità di presentare immagini dal forte impatto emotivo. Così si rese indipendente, sacrificando al rigore e all’esclusività della ricerca fotografica anche gli affetti famigliari e la sicurezza economica. Nel 1955 gli fu richiesto di eseguire un lavoro di un paio di mesia Pittsburgh, per documentare questa città industriale. Smith impiegò invece oltre due anni, ricavò migliaia di scatti e alla fine riuscì solo molto parzialmente a mostrare il risultato del suo operare. Perché decise di mostrare in modo definitivo non i singoli abitanti, determinate angolazioni sociologiche, ma l’intera città come fosse stata un unico organismo, che viveva e si sviluppava nelle sue contraddizioni. Città industriale, meta di immigrazione da tutta Europa (nel 1949il giovane Andrew Warhola, di genitori slovacchi, mosse da qui per andare a New York e diventare Andy Warhol) e dal sud degli Stati Uniti, dove ancora imperversavano il razzismo e il Ku Klux Klan. Pittsburgh, situata alla convergenza di due fiumi, che formavano qui il fiume Ohio, era stata la città del carbone e poi divenne la città dell’acciaio. Gli altiforni lavoravano 24 ore su 24, emettendo fumi e fiamme, soprattutto di notte. Smith ci mostra una città in grigio e nero, con un cielo che non aveva nuvole se non di fumo; e i volti degli operai assumevano tutti lo stesso nero colore. Con questi toni Smithtentava di catturare l’essenza della città, cercando, come diceva, di pensare attraverso la fotografia. Lo stesso tono scuro uniforme circondava anche i quartieri residenziali, i luoghi di divertimento. La foto inchiodava le persone e le cose, le raggelava e le rendeva eterne. Anche un tuffatore fermato a mezz’aria pareva non dover mai uscire da quella posizione, immobile come un metafisico monumento al giocatore di baseball. Il suo lavoro su Pittsburgh è più di un’indagine sociologica, anche se non si può non notare che in certi quartieri, in certe abitazioni, nelle sale del sindaco e del consiglio comunale tutti sono di razza bianca mentre in quartieri poveri, nelle acciaierie la maggioranza sono neri. E i bambini sembrano gli unici a introdurre un elemento gioioso a rompere la grigia uniformità cittadina. Le 170 fotovintage provenienti dalla Carnegie Library of Pittsburgh vanno viste e riviste perché hanno ancora moltissimo da dire su come si può lavorare con questo strumento che, mai come in Smith, scrive sì con la luce ma anche con le ombre e il buio.
“Sto cercando ciò che è veramente reale nel mio cuore: e quando l’avrò trovato potrò stargli umilmente a fianco e dire: ecco qui, questo è ciò che sento, questa è la mia onesta interpretazione del mondo; e non è influenzata dal denaro, da inganni o pressioni, tranne la pressione della mia anima”. (Eugene Smith).
SAURO SASSI
W. EUGENE SMITH: PITTSBURGH RITRATTO DI UNA CITTA’ INDUSTRIALE. FINO AL 16/9. MAST BOLOGNA, VIA SPERANZA, 42. DAL CENTRO AUTOBUS N. 19 FERMATA “CENTRO VITTORIA MAST” ALL’INIZIO DI VIA SPERANZA POI 100 METRI A PIEDI
Invité j'invite a participer à une seance participative
Posted by Francesco Saverio Simone EARS WIDE SHUT 16:56Invited, I invite to participate to a participative meeting/gathering/performance
Symposium
Cerisy, September 3-11
I have been invited at this colloque international and I will participate with "Toucher/jouer le son": an open intervention.
I will try to manage a daily news from the symposium: it's basic.
I have did something similar during my participation at Manchester EASTN-DC Festival
(give a look to my previous post here, in Terpress Ears Wide Shut, from June 26th to July 1st)
but adding a demand for contribution from you.
Please follow and send questions/propositions for a possible distant participation of your own.
Many thanks.
you may find a lot of details and infos here:
More about my specific project:
http://www.ccic-cerisy.asso.fr/ambiances18.html#Giuseppe_GAVAZZA
for contact: giuseppe.gavazza@grenoble-inp.fr
for contact: giuseppe.gavazza@grenoble-inp.fr
TRE MOSTRE A VENEZIA
Posted by Francesco Saverio Simone arte, COMUNICAZIONE E NEW MEDIA 02:16TRE MOSTRE A VENEZIA
La Fondazione Prada, che organizza mostre d’arte, oltre alla sede di Milano, che occupa un vasto spazio presso una ex distilleria, ampiamente ristrutturata e ampliata dallo Studio architettonico Oma guidato da Rem Kolhaas, ha una base a Venezia, nello splendido, settecentesco Ca’ Corner della Regina, sul Canal Grande, nel Sestiere di Santa Croce, che affianca l’altrettanto bella Ca’ Pesaro, progettata dal Longhena, sede della Galleria d’Arte Moderna. La politica espositiva di Ca’ Corner prevede mostre che si differenziano dalle solite sequenze di opere d’arte visiva, e tendono a una complessità che investe e mescola arte, musica, architettura, letteratura e pensiero. Così, attualmente, in corrispondenza con la Biennale di Architettura, viene presentata una esposizione dal titolo “Machines à penser” che ci invita a riflettere su come e quanto una dimora possa determinare il pensiero per eccellenza, quello filosofico. Quando poi si parli di tre dei massimi filosofi del Novecento, di area germanica, l’argomento diviene ancora più intrigante. I filosofi sono Heidegger (nato nel 1889), Wittgenstein (nato anch’egli nel 1889) e Adorno (nato nel 1903). Nel caso dei primi due il luogo della produzione del pensiero si configura come un rifugio, un ritiro dal mondo: Heidegger in una baita nella Foresta Nera, Wittgenstein addirittura presso uno sperduto fiordo in Norvegia. In questi luoghi nacquero “Sein und Zeit” (“Essere e Tempo”) nel 1927 e il “Tractatus Logico-Philosophicus” nel 1921. Adorno non cercò invece un rifugio isolato: fu costretto a lasciare la Germania a causa del Nazismo e riparò negli Stati Uniti, dove scrisse i “Minima Moralia”. Sicuramente egli non cercava luoghi isolati e l’idea di quest’opera nata in una capanna nasce dalla fantasia di un artista-filosofo britannico, Ian Hamilton Finlay. La mostra ricostruisce, al piano nobile del Palazzo, in scala 88/100, la baita di Heidegger e il rifugio di Wittgenstein. In particolare nella baita si può entrare, vederne gli ambienti, i decori, e immaginare quanto questa abitazione e lo stato di isolamento nella natura abbiano influito sul pensiero del filosofo. Dell’abitazione di Wittgenstein si possono valutare dall’esterno le ridottissime dimensioni. L’idea di luogo isolato come fucina del pensiero viene poi ricollegata a San Girolamo, che visse in solitudine nel deserto siriano, dove tradusse la Bibbia in latino. All’immagine del santo spoglio nel deserto, pensiamo ad esempio ai quadri di Caravaggio, si affiancano le raffigurazioni rinascimentali, come per esempio di Durer, che lo rappresentano in uno studio ben ordinato, con l’immancabile teschio e il leone, a dire che un pensiero così nobile non può nascere in un contesto misero. La mostra presenta anche opere di artisti che in vario modo hanno affrontato il tema del pensiero e dell’ambiente in cui nasce, da Anselm Kiefer a Giulio Paolini. Inoltre in tutto il percorso si incontrano lampade in vetro (ovviamente di Murano) di Leonor Antunesispirate all’opera di Anni Albers, moglie del famoso pittore, col quale fuggì negli Stati Uniti al tempo del Nazismo. La Albers realizzava straordinarie opere tessili, con grandi variazioni di colori e disegni, così come queste lampade sono state fatte a mano e sono tutte diverse. Al piano basso ci accompagna anche un bel lavoro sonoro di Susan Philipsz, che riprende l’opera di Hanns Eisler “Fourteen Ways to Describe Rain”. Eisler, ebreo, fuggì negli Stati Uniti e lavorò anche con Adorno. Dopo la guerra, accusato di comunismo, fu perseguitato anche in questo paese e dovette riparare in Germania Est. Incontriamo nella mostra anche tanti lavori fotografici, che ci mostrano filosofi inseriti in ambienti che in qualche modo possono aver influito sul formarsi del loro pensiero. La casa come macchina del pensiero è un tema affascinante e apre anche interrogativi inquietanti: perché un grande filosofo come Heideggeraderì al Nazismo e non si pentì mai di questa scelta? Un’opera in mostra ci parla di un incontro col grande poeta ebreo Paul Celan, che era stato in campo di concentramento e che dopo la guerra lo andò a trovare nella sua baita. Celan, ossessionato dalla sua esperienza e dal fantasma del male, tanto da concludere la sua vita col suicidio, voleva capire perché un uomo capace di un pensiero così profondo poteva aver giustificato tutto questo. Non ottenne risposta.
MACHINES A’ PENSER
FONDAZIONE PRADA VENEZIA. CA’ CORNER DELLA REGINA, CALLE DE CA’ CORNER, SANTA CROCE 2215. SI RAGGIUNGE A PIEDI DALLA STAZIONE ATTRAVERSANDO IL PONTE DEGLI SCALZI E SEGUENDO LE INDICAZIONI PER RIALTO, OLTRE IL MUSEO DI STORIA NATURALE E SUBITO DOPO CA’ PESARO, MUSEO DI ARTE MODERNA. OPPURE DALLA STAZIONE VAPORETTO LINEA 1 FERMATA S. STAE, CHE SCONSIGLIO VISTI I COSTI DEI TRASPORTI E LA DISTANZA BREVE. ORARI GIORNALIERI: 10/18, CHIUSO IL MARTEDI’. BIGLIETTO EUR 10, RIDOTTO 8. ENTRATA GRATUITA DAI 65 ANNI. FINO AL 25/11/2018
Presso la sede dell’Università Ca’ Foscari è invece possibile vedere una mostra, collaterale alla Biennale Architettura, organizzata dall’IREN, Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili. In realtà la mostra si vede, grazie a numerose proiezioni e video installazioni, ma soprattutto si sente, perché l’artista statunitense che la ha realizzata, Bill Fontana, si dedica soprattutto a usare il suono come materia scultorea. Ancora prima di entrare nella prima sala ascoltiamo i rumori della laguna, registrati e ritrasmessi, mentre al piano terreno e al primo piano i suoni, associati alle immagini, provengono da impianti che forniscono energie rinnovabili derivandole da vento, acqua, sole, e anche dalla terra (geotermia), realizzate in diverse località del mondo. Si è costantemente immersi in questo impasto sonoro mentre scorrono immagini suggestive di pale, turbine eoliche, piscine geotermiche. Una bella esperienza sensoriale, ovviamente da fruire anche criticamente, come quando Fontana ci parla del suo progetto di realizzare un lavoro multimediale sul MOSE.
BILL FONTANA. PRIMAL SONIC VISIONS
CA’ FOSCARI ESPOSIZIONI, UNIVERSITA’ CA’ FOSCARI VENEZIA. DORSODURO 3246. APERTO DALLE 10 ALLE 18 ECCETTO IL LUNEDI’. ENTRATA GRATUITA. VAPORETTO LINEA 1 DALLA STAZIONE, FERMATA CA’ REZZONICO
Infine segnalo uno spazio di recente apertura e poco conosciuto ma che offre mostre di alto livello. Si trova al Palazzo delle Zattere, subito a ridosso dell’omonima fermata del vaporetto lungo il canale della Giudecca, di fronte al Molino Stucky. Una fondazione russa, denominata V-A-C Foundation, ha acquisito il Palazzo nel 2017 e lo ha sottoposto a un lavoro di ristrutturazione interna che ne ha fatto una sede molto attrezzata per ospitare mostre d’arte, a partire dalle ricche collezioni della fondazione stessa. E’ stato chiesto a due giovani artisti britannici, Lynette Yiadom-Boakye e James Richards, di allestire un’esposizione sul tema, un po’ generico, della natura e del suo rapporto con l’uomo. A ognuno è stato riservato un piano per realizzare il proprio progetto, coinvolgendo altri artisti, mentre la curatrice della fondazione, Iwona Blazwick, ha integrato le opere scelte con altre dalle proprie collezioni. La Boakye, che è pittrice figurativa, ha installato al primo piano opere pittoriche, da artisti della prima metà del Novecento come Natalia Goncharova e Aristarich Lentulov a pittori recenti come Andy Warhol, David Hockney, Peter Doig, che indagano la natura rappresentandola con tecniche pittoriche e figurative tradizionali, con accenti che vanno dalla notazione malinconica a una visione fredda. Interessante un doppio lavoro sul tema della Sagra dellaPrimavera di Stravinsky. Enrico Daviddipinge una sequenza di ballerini che procedono nella stessa direzione, senza profondità, i cui corpi richiamano steli di grano non ancora maturo: una fusione tra uomo e natura. Viene poi proiettata una rappresentazione del balletto, con la musica di Stravinskye la coreografia originale di Vaslav Nijinsky per i Balletti Russi di Sergej Djagilev, che nel 1913 scandalizzò il pubblico parigino. Mai si era udita musica più brutale, mai il rapporto uomo natura era stato mostrato nella forma di un rito orgiastico e sanguinoso, di morte e rigenerazione. Ancora oggi il filmato coinvolge ed emoziona.
Al secondo piano James Richards ha incentrato il suo allestimento su un significato completamente diverso del termine natura: non l’ambiente che ci circonda e col quale l’uomo interagisce, spesso conflittualmente, ma la natura stessa dell’animo umano. Ha scelto un quadro su cui indirizzare l’attenzione, “Studio di un ritratto”, dipinto da Francis Bacon nel 1953. Intorno a quest’opera ha creato un ambiente sinfonico, usando suoni che richiamano la forte drammaticità di questo ritratto di uomo anziano seduto su una specie di trono, vestito di scuro e con un abito altrettanto scuro, per cui tutta l’attenzione si concentra sul volto, grigio biancastro, che suscita angoscia; la stessa che emana da un altro ritratto di uomo di Alberto Giacometti, che in pittura ha sicuramente molto in comune con Bacon, nella ricerca di esprimere la condizione di solitudine e di vuoto esistenziale dell’uomo moderno. Rimanendo sui grandi del Novecento, non si può non rimanere colpiti dal livido nudo di spalle di Egon Schiele, mentre questa condizione di disagio promana anche dai lavori di Karel Appel, Marisa Merz e Cindy Sherman che, fotografandosi in infiniti travestimenti, mette in discussione il concetto di identità.
THE ESPLORERS PART ONE.
PALAZZO DELLE ZATTERE. DORSODURO 1401. FERMATA VAPORETTO (LINEA 5.1 DALLA STAZIONE FERROVIARIA): ZATTERE. DA GIOVEDI’ A MARTEDI’: 11/19 – VENERDI’ 11/21. CHIUSO MERCOLEDI’. ENTRATA GRATUITA. FINO AL 22/10/2018
Verba manent, scripta volant ?
Posted by Francesco Saverio Simone EARS WIDE SHUT 13:23La foto é di Flavio Giacchero, cosi come il progetto di cui scrivo qui sotto
Il detto latino Verba volant, scripta manent ha oggi cambiato, o forse perso, il proprio significato e valore(?).
Certo all’epoca in cui si parlava e scriveva in latino e ancora non molti anni fa la scrittura era concreta e non duplicabile mentre la memoria delle parole era volatile, umanamente imperfetta perché imperfetta é la memoria umana e la sincerità non é verificabile oggettivamente.
Oggi la riproducibilità tecnica di voci e immagini ha reso immanenti, concrete, solide anche le parole; anzi, nel flusso incontrollato di parole scritte modificabili e infinitamente duplicabili - di cui spesso é impossibile verificare la matrice - la volatilità della scrittura é tale da giustificare il rovesciamento dell’affermazione in verba manent, scripta volant.
Una frase letta attribuita a qualcuno acquista valore di autenticità se vediamo ed ascoltiamo il documento audio e video della persona che pronuncia la frase: in attesa di capire che tra poco, forse già adesso (il cinema ce lo mostra) la sintesi di immagini e voci sarà così indistinguibile dalla realtà da minare anche questa nostra salda certezza. Prospettiva molto inquietante. (*1)
Non so bene perché ho trascritto queste riflessioni pensando di scrivere ciò di cui sto per scrivere: la segnalazione di una pagina, che poi sono tre pagine che contengono parole scritte e suoni (registrazioni di voci che parlano e cantano e di altri suoni ad esse attorno) e rimandano ad immagini. Una bella testimonianza tra visivo e sonoro, lettura, visione e ascolto che si commenta benissimo da sé: le registrazioni sono accompagnate da parole che vanno lette per capire il senso, parole che non hanno bisogno di altre parole.
Per queste ragioni non aggiungo: copio, duplico e riporto frammenti di quel discorso che mi sembrano, arbitrariamente, significative: in ordine di apparizione. I testi sono in due lingue, una della quali, il francoprovenzale, poco usata ormai, forse in via di estinzione. Le parole in francoprovenzale sono in corsivo, per la loro traduzione ci sono le pagine originali:
Capitolo II: http://www.chambradoc.it/AMPAI/AMPAI-02-Ascoltare-il-vento-Leggi-ascolta-immagina-Frammenti.page
Capitolo III: http://www.chambradoc.it/AMPAI/AMPAI-03-La-danza-nella-pelle-Leggi-ascolta-immagina-Frammen.page
Toc d’ën moundou vìou
ascoltare (...) sfumature e varianti
fascino della comunicazione verbale.
fotografia
immagine-immaginazione
soupravivri
cultura
rabastà ampai
e tutti che cantavano
musica continua
suono delle foglie secche
era un canto solo
sembra… come sentire il mare
Alen a l’ampai
Il gesto di raccogliere produce suono
Il suono è volatile, intangibile ma anche tattile
ën moundou cou i eu vivù da manhà
paesaggio sonoro e fisico fluido, sospeso
Scoutà lou veunt
discendente di una famiglia che hanno sempre suonato, cantato e divertito
andava ad ascoltare il vento (…) e quello che il vento faceva lui lo scriveva in musica
magari avevano litigato (…) però alla fine si trovavano nella stalla con mezzo bicchiere di vino ne suonavano due ed erano tutti di nuovo amici
stramuàvet
con niente però la musica c'era
barbisìn
all'epoca di facebook, ringraziando, ho trovato cugini argentini
champ pouetic
è fait muzica da sémpër
sapere ascoltare
ën pasajou cou fait doou veunt muzica, ‘na speche ëd trazmigrasioun
il suono è l’essenza, ma anche rimedio e cura
trënzoumënsi
La muzica di fati è tint unì, è fait pasà li counflit
voglia di sapere
Lou bal ënt la pèl
più di una danza
il ballare non è una cosa che impari. Da bambino è una cosa naturale
i grandi che la ballano e ti entra nella pelle..
non sai perché lo fai, lo fai e basta
lou girìa
La pelle è un mediatore tra l'organismo e il mondo esterno
Quërcoza quë metaforicamënt “intetret” ënt la pel è i ëst quërcoza qu’è pasët atravers lou piazì
Si impara con l'ascolto, l'osservazione e la mimesi
për se moumënt ou fait pensà d’estri imourtal
Ou i ëst atravers la diferensi cou i ëst pousibili ricounhuistr
creano echi, vibrano, come un fiore in mezzo a un prato.
La foto é di Flavio Giacchero, come le tre pagine collegate,
*1 - Intanto é curioso pensare che per secoli, ed ancora oggi, si sia considerato qualcosa di molto impreciso e volatile, qual é un gesto libero, come suggello di autenticità: la firma vale da autentica. Ma la firma é solo un gesto, anzi meno: è il modello o il prototipo di un gesto reso concreto da una traccia (la scrittura che fissa quel gesto) ogni volta diversa: due firme identiche non possono esistere diventando quindi, nel caso esistano, garanzia di inautenticità per ambedue. Nell’impossibilità di distinguere quale delle due sia il modello originale e nella certezza che non possano esserlo ambedue sono false le due in egual misura.
Una firma é la memorizzazione di un gesto “libero” che non é veramente libero: proprio in quel margine di non libertà sta la garanzia di autenticità. È un’impronta digitale mobile, che ha nella sua traccia un qualche DNA che ne indica la fonte, la paternità.
Se consideriamo la facilità con cui un programma adeguatosia in grado di riconoscere (input) una firma autentica, riconoscendone l’impronta digitale, e la facilità con cui un plotter può riprodurre, adottando gli stessi criteri (output) per riprodurre firme se non autentiche certamente identiche a quelle autentiche, troviamo anche qui motivi di inquietudine.
Puo' l'arte misurare la felicità? - Rigenera SmART City
Posted by Francesco Saverio Simone COMUNICATI, comunicazione, COMUNICAZIONE E NEW MEDIA, SOCIETA' 07:34di Francesco Ter
Può l’arte misurare la felicità? questa domanda fatidica, che aprirà la mostra di Michele Cremaschi GEO-HAPPINESS MEASURING all'intero del programma di Rigenera Smart City, lascia riflettere sul valore dell'arte oltre la provocazione, nella sua natura concreta e storica, ovvero quella di dare significato al vivere contemporaneo e farsi riflesso delle precaria quanto costante ricerca dell'individuo rispetto al suo essere integro e sociale.
Anche questa riflessione conduce al valore del dibattito che Il Festival intende promuovere: quel dell'arricchimento che arriva dal basso, dalla periferia, dal principio stesso di dare vita a nuovi processi, reinventando perché no, quelli odierni, in quella "struttura ponte" che ormai i "centri periferici" esprimono non piu' contrapposti alla centralità urbanistica dei centri urbani, ma piuttosto come motori propulsori di nuova linfa creativa, economica e sociale.
Un festival da vivere partecipandovi, ricordando il visionario Guglielmo Minervini e spostando ancora una volta lo sguardo oltre il pregiudizio, il luogo comune, per vivere ancora un momento di racconto, oltre il conflitto.
comunicato di GDG Press
Rigenera SmART City – Festival delle Periferie, il più grande festival italiano dedicato alle Periferie, in programma da giovedì 6 a domenica 9 settembre a Rigenera Laboratorio Urbano, Palo del Colle - Bari, è felice di annunciare che MANNARINO, COSMO e SELTON e CLEMENTINO arricchiranno la line up della manifestazione aggiungendosi ai già annunciati live di MOTTA, MINISTRI E LEMANDORLE.
La periferia al centro, fulcro propulsivo di musica, arte, creatività e cultura. Cuore pulsante di processi sociali, economici e culturali, non più luogo di marginalità, esclusione e degrado.
Sono questi i temi della quarta edizione del festival che oltre alla musica vedrà alternarsi teatro, mostre, incontri tematici di approfondimento, performance di live painting e dibattiti con l’obbiettivo di dare nuova vita a spazi abbandonati, per ripopolarli creando un ponte di bellezza tra periferia e centro città, un punto di raccordo tra situazioni di conflitto.
Un progetto di grande valenza socio culturale che da quest’anno è stato inserito tra le cento esperienze d’eccellenza europee nel campo delle buone pratiche di riqualificazione urbana e innovazione sociale. Quattro giorni in cui Palo del Colle cambierà volto puntando al coinvolgimento e alla partecipazione dei giovani attraverso la realizzazione di punti di interesse di ogni genere e l’impegno sinergico dello staff tecnico e artistico dei professionisti del Festival, tutti ragazzi under 35.
Ospite speciale sarà Carlo Massarini, celebre autore e conduttore radiotelevisivo, che avrà il compito di raccontare questa esperienza alternandosi tra palco e backstage.
Si parte il 6 settembre con la performance di Alessandra Gaeta “IN & OUT of Borders”, il vernissage della mostra di Michele Cremaschi “GEO-HAPPINESS MEASURING – Può l’arte misurare la felicità?” ed un talk su arte e periferie moderato da Carlo Massarini con Cremaschi, Renzo Francabandera e Corrado d’Elia.
In serata spazio al teatro con “Iliade” spettacolo di Corrado d’Elia arricchito dagli interventi live painting di Renzo Francabandera, artista, live painter e critico della scena contemporanea. Una performance che riporterà sotto gli occhi degli spettatori immagini e icone ispirate al mito classico e alla sua declinazione moderna, coniugandosi con la restituzione di un’epopea che ricorda di quando la periferia del nostro continente era al centro della storia.
Dal 7 settembre inizieranno i grandi live: sul palco di Rigenera arriva uno dei nomi di punta del nuovo cantautorato italiano, MOTTA. Polistrumentista, cantante e autore, neo vincitore della Targa Tenco 2018 come miglior disco in assoluto, canterà i brani di “Vivere o Morire”, il secondo album pubblicato ad aprile, insieme alle canzoni de “La fine dei vent’anni”, il disco d’esordio che nel 2016 lo ha fatto conoscere al grande pubblico. Apre la serata Matteo Palermo. Al termine del concerto di Motta si balla con COSMO, alias Jacopo Bianchi, reduce dal successo a colpi di sold out nei principali club europei e festival italiani del tour “Cosmotronic”, l’ultimo album uscito a gennaio. Un disco doppio che gioca sulle due anime artistiche del dj e producer, ovvero la canzone d’autore e musica da club fusi in uno stile unico e originale. Un live “particolarissimo” enfatizzato da un set up di luci molto diverso da quello dei normali concerti pop. Chiude la serata il dj set di DEEP INSIDE.
L’8 settembre la serata inizia con le note leggere e i ritmi multiculturali dei SELTON, “una band capace di unire in pochi istanti Italia e Brasile in modo affascinate” come ha scritto Rolling Stone. “Manifesto tropicale”, uno dei migliori album del 2017 secondo la nota rivista, è un mix di influenze, lingue e culture in cui convergono con facilità folk, pop, cantautorato ed elettronica, rock, ballad e chitarre acustiche. L’apertura è affidata a Giuliana Tecce e al duo Uramawashi. Chiude la serata il dj set di DEEP INSIDE.
A seguire uno degli eventi più attesi del festival: dopo il grande successo del concerto di fine tour al Rock in Roma con più di 10.000 spettatori, sul palco di Rigenera arriva MANNARINO, uno dei pochi cantautori contemporanei capaci di condurre una profonda ricerca artistica facendo numeri da artista mainstream. Dal nonno che gli ha insegnato ad amare la poesia al suo rapporto con Roma e la periferia dove è cresciuto, dal giovane poeta in cerca della sua strada alla laurea in antropologia “mai ritirata”, fino ad arrivare al grande successo di pubblico, l’artista si racconterà durante un incontro intimo tra viaggi, letteratura, musica e parole fino ad imbracciare, accompagnato da alcuni tra i suoi fidati musicisti, la chitarra e mettere in scena, in un set acustico pensato ad hoc per Rigenera, le canzoni più rappresentative dai suoi quattro album.
Il Festival chiude in bellezza il 9 settembre con una delle rock band più amate, i MINISTRI. Federico Dragogna (paroliere, chitarra e cori), Davide Autelitano, detto "Divi" (voce e basso) e Michele Esposito (batteria), presenteranno le canzoni di “Fidatevi”, l’ultimo disco pubblicato a marzo, e promettono di far ascoltare un live suonato dalla prima all’ultima nota, senza l’ausilio della tecnologia. L’apertura del concerto è affidata a Mason La Notte e a LEMANDORLE progetto che con i suoi singoli ha conquistato i maggiori network radiofonici, mescolando con disinvoltura musica da club, pop e cantautorato. La serata prosegue con il dj set di CLEMENTINO, l’alieno del rap italiano, che con le sue partecipazioni al festival di Sanremo si è fatto conoscere e apprezzare dal grande pubblico. Al termine il Dj set di SHANTY CREW.
Headquarter e sede dei principali eventi della manifestazione, come ogni anno, il Laboratorio Urbano Rigenera, immobile comunale abbandonato da vent’anni e restituito alla comunità nel 2013, successivamente ristrutturato e riqualificato con fondi pubblici, e soprattutto privati.
Una struttura di 1500 mq completamente eco-sostenibile, circondata da un ampio giardino, con una sala teatro, una libreria, una radio, spazi di coworking e un bistrot. Uno spazio pubblico per la comunità dove discutere e crescere insieme. Una vera impresa socio-culturale, che negli anni ha realizzato e promosso attività a sostegno dei giovani talenti locali, nazionali e internazionali, offrendogli uno spazio dove riunirsi per dare corpo alle loro idee e dar vita ai loro progetti.
Il Festival, realizzato anche con il contributo della Regione Puglia, rappresenta l’evento clou della programmazione annuale di Rigenera, tesa a perseguire l’obiettivo di ampliare, attraverso l’arte e occasioni d’incontro, lo spazio dedicato alla testimonianza di buone pratiche, con il desiderio che queste si moltiplichino, creando una reazione a catena di effetti positivi “contagiati e contagianti”.
Rigenera SmART City – Festival delle Periferie dedica, infatti, uno spazio speciale a start up e neo imprese che si sono distinte a livello nazionale ed internazionale, condividendo e diffondendo esperienze di buone pratiche nel campo dell’innovazione sociale, culturale e tecnologica. Durante il festival ci saranno meeting gratuiti dedicati alle idee che possono cambiare il mondo. La direzione artistica crede nell’esempio delle buone pratiche e nell’influenza delle idee che val la pena diffondere. Le periferie sono diventate anche il luogo della creatività, spazi in cui si rigenerano nuovi progetti e correnti artistiche.
Periferia è anche il luogo vissuto da tutti coloro che vivono ai margini della società, più a rischio nel cadere nelle reti della criminalità e della malavita. Guidata da questa visione, la quarta edizione del Festival vuole ampliare il suo raggio d’azione dando vita al “Gemellaggio delle Periferie”, sarà inaugurata piattaforma che diventerà hub virtuale per la raccolta di progetti d’impresa e di innovazione nate nelle periferie, detonatori di idee e energia propulsiva.
In quest’ottica, la periferia acquisisce una dimensione verticale, diventando una condizione esistenziale piuttosto che fisica: la periferia non è solo scenario delle azioni umane ma “luogo dell’anima”, in cui le identità irradiano la loro energia positiva e creatrice.
Non a caso, l’immagine guida del festival ritrae un volto femminile dallo sguardo fiero e re/attivo. La periferia guarda dritto negli occhi, ha il coraggio di dire la sua e lo fa, mettendo a circuito le arti sceniche, simboleggiate dalle tre pennellate di colore, che rimandano alle costruzioni urbane.
Rigenera SmART City – Festival delle periferie prende vita nel 2014, quando dopo un anno di assestamento dall’apertura degli spazi del Laboratorio Urbano, figlio del Programma Bollenti Spiriti della Regione Puglia e delle politiche visionarie e realizzatrici di Guglielmo Minervini, la comunità Rigenera inizia ad intraprendere un percorso che ha messo la periferia al centro di tutto, rendendola crocevia di sperimentazioni creative tese a valorizzare le valenze individuali e collettive.
www.rigeneralab.org
www.rigenerasmartcity.it
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